La responsabilità dell'ente proprietario della strada.

Il tema oggetto del presente contributo è, senz'altro, uno dei più dibattuti e controversi e notevole fonte di contenzioso.

Sempre più spesso, infatti, capita di subire un danno (anche di rilevante entità) mentre percorriamo una strada, sia a piedi che con un veicolo, a causa delle cattive condizioni del manto stradale o per la presenza di oggetti o animali sulla sede stradale.

Se, a causa di una buca nell'asfalto, cadiamo riportando una lesione o se, alla guida dell'auto, un animale attraversa improvvisamente la strada rendendo inevitabile l'impatto con il nostro mezzo, chi risponde dei relativi danni? E a che titolo?

 

L'art. 2051 c.c. nella lettura della giurisprudenza.

 

La norma che viene solitamente richiamata nelle ipotesi sopra descritte è l'art. 2051 c.c. ("Danno cagionato da cose in custodia"), a norma del quale "ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito".

Precisiamo, intanto, che il termine "custodia" adoperato dalla norma in commento non si riferisce alla custodia nel senso contrattuale del termine, ma ad un effettivo potere fisico, che implica il governo e l'uso della cosa ed a cui sono riconducibili l'esigenza e l'onere della vigilanza affinché dalla cosa stessa non derivi danno ad altri (Cass. n. 1859/2000; Cass. n. 15429/2004; Cass. n. 2422/2004; Cass. n. 4279/2008).

Con tale previsione normativa, pertanto, il legislatore ha voluto configurare una generale responsabilità a carico di chi ha una relazione di effettivo potere sulla cosa (la strada, nel nostro caso), vuoi per esserne proprietario vuoi per esserne il gestore.

Si vuole, infatti, che i terzi non abbiano a subire danni occasionati dalla cosa in proprietà, usufrutto o locazione, e la responsabilità si estende anche se la cosa non sia di per sé suscettibile di produrre danni, ma questi dipendano dall'insorgere nella stessa di un agente dannoso.

L'art. 14 del Codice della Strada pone a carico deli enti proprietari e/o gestori delle strade un generale obbligo di manutenzione, gestione e pulizia delle stesse e delle loro pertinenze ed arredi, obbligo che comporta il dovere di provvedere alla salvaguardia ed al ripristino delle caratteristiche strutturali e funzionali delle strade, alla apposizione e manutenzione della segnaletica orizzontale e verticale, alla garanzia della sicurezza della circolazione di persone e veicoli.

 

La posizione della giurisprudenza tradizionale.

 

Nonostante il sopra richiamato dovere di custodia, la giurisprudenza tradizionale ha sempre riconosciuto con difficoltà la possibilità di applicare agli enti proprietari e/o gestori delle strade la norma dell'art. 2051 c.c.

Si argomentava, infatti, che, a causa delle dimensioni assai estese e dell'uso generale e diretto da parte degli utenti, il demanio stradale non potesse essere sottoposto a custodia, nel senso voluto dall'art. 2051 c.c.

Ciò comportava che il pedone o l'automobilista danneggiato in seguito ad un sinistro verificatosi a causa di una buca sulla strada avrebbe potuto invocare solo l'art. 2043 c.c. ("Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno"), coordinandolo, tuttavia, con i concetti di "insidia" o "trabocchetto".

Tali concetti esprimevano l'idea di un pericolo occulto presente sul manto stradale, soggettivamente non prevedibile ed oggettivamente non visibile, che fosse la spia di un comportamento negligente dell'ente nell'attività di manutenzione della strada.

Cosicché il danneggiato, non solo avrebbe dovuto dimostrare il danno ed il rapporto di causalità con la condotta colposa dell'ente, ma avrebbe dovuto necessariamente fornire la prova dell'insidia, nel senso sopra specificato, con evidente aggravamento dell'onere probatorio a carico del danneggiato.

Una parte minoritaria delle giurisprudenza (Cass. n. 298/2003; Cass. n. 488/2003; Cass. n. 22592/2004), invece, riteneva applicabile l'art. 2051 c.c. alle sole ipotesi di sinistri in cui, per le caratteristiche peculiari della strada (es. l'autostrada) o per l'uso non generalizzato e le dimensioni non eccessive (es. strade comunali), fosse possibile per l'ente proprietario e/o gestore esercitare una vera e propria attività di custodia.

 

Il primo (parziale) cambio di rotta della giurisprudenza.

 

Il primo significativo cambio di rotta nella posizione della giurisprudenza si è registrato con la pronuncia della Suprema Corte n. 3651/2006 in cui, per la prima volta, la Cassazione ritenne applicabile, sempre e senza distinzione alcuna relativa al tipo di strada, l'art. 2051 c.c. agli enti proprietari e/o gestori delle strade e, contemporaneamente, escluse la necessità di considerare la categoria dell'insidia-trabocchetto quale elemento essenziale ai fini dell'accertamento della responsabilità.

Tuttavia, tale orientamento giurisprudenziale riconduceva la responsabilità ex art. 2051 c.c. in un ambito soggettivo, qualificandolo, cioè, come responsabilità per colpa presunta.

In altre parole, si riteneva che l'ente proprietario e/o gestore, che avesse adottato tutte le misure di prevenzione e di sicurezza imposte dal canone della diligenza, fosse esonerato dalla responsabilità per l'evento dannoso che, nonostante tali misure, si fosse ugualmente verificato.

Tale impostazione aveva come ovvia conseguenza - a livello probatorio - che, mentre il danneggiato doveva semplicemente provare l'esistenza del rapporto custodiale, il verificarsi dell'evento dannoso e il rapporto di causalità tra quest'ultimo e la strada, l'ente proprietario e/o gestore si sarebbe potuto liberare dimostrando il verificarsi del caso fortuito.

Ma il caso fortuito che avrebbe potuto esentare da responsabilità era quello inteso in senso soggettivo: l'ente, cioè, avrebbe dovuto dimostrare non solo l'accadimento di un fatto esterno imprevedibile ed inevitabile (il caso fortuito, appunto), ma anche di aver tenuto, nel caso specifico, un comportamento diligente e rispettoso del dovere di vigilanza.

 

L'orientamento attualmente maggioritario.

 

Si deve a Cass. n. 15383/2006 la virata decisiva verso quello che, ad oggi, rappresenta l'orientamento prevalente e maggioritario.

Con tale pronunciamento, la Corte ritiene che l'art. 2051 c.c. sia operante ed applicabile per definire il contorno della responsabilità per negligente manutenzione non sempre, ma limitatamente ai casi nei quali sia possibile configurare in capo all'ente proprietario e/o gestore un effettivo potere di custodia e di "governo" sulla strada.

Per potere di governo deve intendersi il potere di controllare la cosa che ne è oggetto (nel nostro caso, la strada), il potere di modificare la situazione di pericolo creatasi, nonché il potere di escludere qualsiasi terzo dall'ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno.

Tale potere di governo deve essere valutato in relazione all'estensione delle strade, ma anche in relazione alle loro caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che le connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico di volta in volta appresta e che condizionano anche le aspettative degli utenti.

In particolare - e questo passaggio rappresenta il punto focale della questione - la Cassazione pone una presunzione di esistenza di tale esercizio di custodia rispetto alle strade comunali ed alle autostrade.

Invero, rispetto alle strade comunali, la loro collocazione all'interno del perimetro urbano, dotato di una serie di opere di urbanizzazione e di pubblici servizi, sottoposti all'attività di controllo e di vigilanza costante da parte del Comune, implica la possibilità di un effettivo controllo e vigilanza sulla zona.

Rispetto alle autostrade, poi, la loro destinazione funzionale alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza non può che denotare l'esistenza dell'effettiva possibilità di controllo da parte dell'ente.

Conseguentemente, nell'eventualità di sinistri verificatisi in queste due tipologie di tratti stradali (strade comunali e autostrade) il danneggiato, diversamente da quanto avviene nei restanti casi, non sarà chiamato a dare la prova della relazione custodiale (che si presume a carico dell'ente), mentre sarà il Comune o il gestore autostradale a dover provare l'impossibilità di un potere di controllo o governo sulla strada.

Ricostruita in questi termini, quella prevista dall'art. 2051 c.c. a carico degli enti proprietari e/o gestori non può che configurarsi come vera e propria responsabilità oggettiva, che scatterà quando il danneggiato darà la prova dell'esistenza di un rapporto di causa ad effetto tra l'evento dannoso e la cosa fonte di danno (cioè la strada) e di una relazione custodiale tra quest'ultima e l'ente proprietario e/o gestore.

Proprio in considerazione della natura oggettiva di tale responsabilità, l'ente sarà chiamato a rispondere del danno anche a prescindere da qualsiasi valutazione in merito al comportamento, colposo o diligente, tenuto nel caso concreto.

L'unica possibilità che l'ente ha a disposizione per liberarsi da tale responsabilità è quella di provare il caso fortuito, ovvero provare che, nel caso specifico, sia intervenuto un evento esterno, imprevedibile ed inevitabile, che abbia dato al verificarsi dell'evento dannoso un impulso causale autonomo, spezzando così il nesso di causalità tra il danno e la strada.

Le tipiche ipotesi di caso fortuito sono rappresentate, ad esempio, dalla caduta imprevista di un albero sulla strada, causata da un forte temporale, oppure il fatto del terzo (la perdita d'olio da parte di un altro veicolo che precede) o dello stesso danneggiato (l'omissione da parte sua delle normali cautele esigibili in situazioni analoghe).

 

Conclusioni.

 

La giurisprudenza è ormai pacificamente concorde nel ritenere che l'art. 2051 c.c. possa essere applicato agli enti proprietari e/o gestori delle strade e che questi siano chiamati a rispondere a titolo di responsabilità oggettiva.

Sul danneggiato graverà l'onere di dimostrare soltanto il nesso causale tra il danno e la cattiva manutenzione della strada, mentre l'ente potrà liberarsi soltanto fornendo la prova certa del caso fortuito, inteso in senso oggettivo e, quindi, prescindendo da qualsiasi valutazione sul comportamento piò o meno diligente adottato dall'ente stesso.

Laddove non riuscisse a fornire tale prova liberatoria, l'ente risulterà responsabile ex art. 2051 c.c. e, come tale, obbligato a risarcire il danno subìto dall'utente della strada.

Avv. Paolo Messineo

 

 

 

 

  

 

    

 

La responsabilità da prodotto difettoso

 

A chi non è mai capitato almeno una volta di acquistare un prodotto che poi si è rivelato essere difettoso? 

In questo caso, solitamente, ci poniamo delle domande cui non sempre siamo in grado di rispondere, ovvero: chi risponde del difetto? A cosa ho diritto? Entro quanto tempo posso reclamare? 

Per dare una risposta, necessariamente sintetica ma esaustiva, a queste domande, affronteremo in questa sede il tema della responsabilità da prodotto difettoso, cercando di fare chiarezza sui diritti del consumatore, rispondendo alle seguenti domande.

 

Quando un prodotto può dirsi difettoso? 

 

Ai sensi dell’art. 117, comma 1 del Codice del Consumo (D.Lgs. 06/09/2005 n. 206), “un prodotto è difettoso quando non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere tenuto conto di tutte le circostanze, tra cui: 

  1. il modo in cui il prodotto è stato messo in circolazione, la sua presentazione, le sue caratteristiche palesi, le istruzioni e le avvertenze fornite;

  2. l’uso al quale il prodotto può essere ragionevolmente destinato e i comportamenti che, in relazione ad esso, si possono ragionevolmente prevedere;

  3. il tempo in cui il prodotto è stato messo in circolazione.”

Come si evince, la nozione di difetto è costruita sulla base di standards di sicurezza del prodotto, con riferimento alle attese legittime della cerchia di consumatori cui il prodotto è destinato. 

Con riferimento al criterio di cui alla lettera a), si tratta di guardare alla presentazione del prodotto (anche sotto il profilo della sua presentazione pubblicitaria), nonché alle istruzioni ed avvertenze che lo accompagnano. 

Così, se le tecniche generali di persuasione o le specifiche tecniche pubblicitarie utilizzate dal produttore sono tali da avvalorare un’impressione di assoluta sicurezza del prodotto, laddove ciò non corrisponde a verità, questo è un elemento che dovrà essere preso in considerazione al fine di affermare la responsabilità di impresa. 

Prosegue il secondo comma dell'art. 117 affermando che "un prodotto non può essere considerato difettoso per il solo fatto che un prodotto più perfezionato sia stato in qualunque tempo messo in commercio".

Chiude, poi, il terzo comma stabilendo che "un prodotto è difettoso se non offre la sicurezza offerta normalmente dagli altri esemplari della medesima serie".

 

Chi risponde dei difetti del prodotto?

 

Ai sensi dell'art. 114 Codice del Consumo, "il produttore è responsabile del danno cagionato da difetti del suo prodotto".

Il comma 2-bis dell'art. 115, poi, definisce come "produttore" il fabbricante del prodotto finito o di una sua componente, il produttore della materia prima, nonché, per i prodotti agricoli del suolo e per quelli dell'allevamento, della pesca e della caccia, rispettivamente l'agricoltore, l'allevatore, il pescatore ed il cacciatore.

Pertanto, viene configurata immediatamente una responsabilità diretta in capo al fabbricante del prodotto, che prende i connotati di una vera e propria responsabilità oggettiva, in quanto prescinde dall'accertamento della colpa del danneggiante.

Ai fini della condanna del produttore per i danni causati dal suo prodotto difettoso, è infatti sufficiente che il danneggiato provi il danno, la difettosità del prodotto e quindi il nesso causale tra l'uno e l'altra.

Quella del produttore è responsabilità oggettiva, ma non assoluta, essendo pur sempre legata all'esistenza di un difetto e di un danno causalmente legato al primo.

Si tratta, poi, di una responsabilità speciale, che si affianca alla generale fattispecie di responsabilità civile di cui all'art. 2043 c.c.

Oltre a quella del produttore, il Codice del Consumo configura una responsabilità anche a carico del fornitore, cioè di colui che si occupa della vendita, della locazione, del leasing o di altra forma di commercializzazione del prodotto e, quindi, in definitiva, di colui che realizza comunque il passaggio della merce dal produttore al consumatore.

Ai sensi dell'art. 116, comma 1 del suddetto Codice, infatti, "quando il produttore non sia identificato, è sottoposto alla stessa responsabilità il fornitore che abbia distribuito il prodotto nell'esercizio di un'attività commerciale, se ha omesso di comunicare al danneggiato, entro il termine di tre mesi dalla richiesta, l'identità e il domicilio del produttore o della persona che gli ha fornito il prodotto".

Quindi, il fornitore potrà essere chiamato a rispondere del prodotto difettoso solo qualora, non essendo individuato il produttore, si rifiuti o non sia in grado di collaborare con il danneggiato, indicandogli il produttore o fornendogli utili indizi per giungere a lui. La responsabilità oggettiva del fornitore ha, quindi, esclusivamente lo scopo di indurre quest'ultimo a rivelare l'identità del produttore, in tal modo consentendo al danneggiato di raggiungerlo.

La responsabilità del fornitore è subordinata alla triplice condizione che: a) non sia nota l'identità del produttore; b) il fornitore abbia distribuito il prodotto nell'esercizio di un'attività commerciale; c) non sia stato in grado o abbia omesso di comunicare, nel termine di tre mesi dalla richiesta formulatagli dal danneggiato, l'identità o il domicilio del produttore o della persona che, a sua volta, gli ha fornito il prodotto.

 

Che tipo di danno è risarcibile?

 

L'art. 123 del Codice del Consumo stabilisce che è risarcibile: a) il danno cagionato dalla morte o da lesioni personali e b) la distruzione o il deterioramento di una cosa diversa dal prodotto difettoso, purché di tipo normalmente destinato all'uso o consumo privato e così principalmente utilizzata dal danneggiato. Il danno a cose è risarcibile solo nella misura che ecceda la somma di euro trecentottantasette.

Per quanto riguarda il danno a cose, stando alla disposizione di cui alla lettera b), resta escluso dalla risarcibilità il danno che si verifichi al prodotto, il quale potrà essere risarcito applicando la tutela contrattuale e, quindi, invocando l'art. 128 ss. del Codice del Consumo ovvero la generale responsabilità per colpa ex art. 2043 c.c.

 

Quali sono i termini di prescrizione?

 

Il diritto al risarcimento si prescrive in tre anni dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del danno, del difetto e dell'identità del responsabile.

Così stabilisce l'art. 125, comma 1 del Codice del Consumo, abbreviando, quindi, l'ordinario termine quinquennale previsto dall'art. 2947 c.c. per la responsabilità extracontrattuale. A favore del danneggiato, è quindi necessaria, ai fini del decorso del termine di prescrizione, la conoscenza (o conoscibilità) di tutti e tre gli elementi di cui sopra.

 

La garanzia legale di conformità e le garanzie commerciali per i beni di consumo.

 

Il venditore ha l'obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita. Si presume che i beni di consumo siano conformi al contratto se siano idonei all'uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo; se siano conformi alla descrizione fatta dal venditore; se presentino le qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo.

Pertanto, nei contratti relativi all'acquisto di beni di consumo, la conformità del bene al contratto si configura quale specifica obbligazione gravante sul venditore, diversa ed autonoma sia da quella avente ad oggetto il trasferimento della proprietà sia da quella di consegna del bene, che rimangono interamente ed esclusivamente assoggettate alla disciplina generale del contratto e dei singoli tipi contrattuali.

 

I diritti del consumatore.

 

Affrontiamo adesso l'aspetto centrale del tema in oggetto, ovvero la disamina dei diritti spettanti al consumatore e gli strumenti di difesa cui può fare ricorso.

L'art. 130, comma 1 del Codice del Consumo stabilisce senza incertezze che "il venditore è responsabile nei confronti del consumatore per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene".

Prosegue il secondo comma: "in caso di difetto di conformità, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione, ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto".

Quindi, il venditore risponde di qualsiasi difetto di conformità, senza che possa essere operata una distinzione in relazione alla gravità o entità del difetto, all'importanza dell'affare o all'incidenza sul valore di mercato del bene.

Presupposto necessario affinché il venditore possa essere chiamato a rispondere nei confronti del consumatore dell'inesatto adempimento dell'obbligazione di consegnare un bene conforme al contratto è che il difetto di conformità (oltre a manifestarsi entro il termine di due anni, come vedremo) sussista al momento della consegna del bene di consumo, indipendentemente dalla sussistenza di una colpa del venditore o, persino, del caso fortuito.

Come abbiamo detto, qualora venga consegnato un bene che presenti un difetto di conformità, il consumatore può anzitutto pretendere il ripristino della stessa, scegliendo tra la riparazione e la sostituzione.

La riparazione comporta l'insorgere, in capo al venditore, di un'obbligazione di facere avente ad oggetto lo svolgimento di tutte le attività necessarie per eliminare il difetto di conformità e che potrà considerarsi adempiuta soltanto con l'effettiva eliminazione del difetto medesimo.

La sostituzione dà invece luogo ad un'obbligazione di dare, avente ad oggetto il trasferimento e la consegna al consumatore di un bene dotato di tutte le caratteristiche che il bene inizialmente consegnato avrebbe dovuto possedere per essere considerato conforme al contratto.

Carattere essenziale delle prestazioni  che il venditore è tenuto ad effettuare per eliminare il difetto di conformità è la gratuità, con la conseguenza che i costi della riparazione o della sostituzione (comprensivi delle spese relative a spedizione, mano d'opera e materiali) sono a carico del venditore.

Tuttavia, quello alla riparazione e/o sostituzione non è un diritto "assoluto", nel senso che trova un limite nella oggettiva impossibilità o nella eccessiva onerosità, di cui all'art. 130, comma 3 del Codice del Consumo.

L'impossibilità deve essere oggettiva, con la conseguenza che è irrilevante a tal fine la circostanza che la riparazione o la sostituzione possa essere agevolmente eseguita da un terzo.

All'impossibilità della sostituzione o della riparazione vanno equiparati i casi in cui tali rimedi non siano suscettibili di essere compiuti entro un congruo termine o senza notevoli inconvenienti per il consumatore.

In alternativa (ed in subordine) alla riparazione e/o sostituzione del bene, il consumatore potrà avvalersi della riduzione del prezzo o della risoluzione del contratto.

La riduzione del prezzo consiste nella diminuzione dell'entità della somma di denaro che il consumatore si è contrattualmente impegnato a versare quale corrispettivo dell'acquisto del bene di consumo e determina la parziale estinzione dell'obbligazione pecuniaria gravante su di esso.

Conseguentemente, il consumatore avrà diritto di trattenere la somma di denaro oggetto della riduzione ovvero di pretenderne la restituzione nel caso in cui il corrispettivo originariamente pattuito sia stato già interamente versato.

La risoluzione del contratto comporta lo scioglimento del rapporto instauratosi a seguito della stipulazione del contratto, cui consegue, per ciascuna delle parti, l'estinzione dei diritti e degli obblighi da esso derivanti.

 

Termini.

 

A norma dell'art. 132 del Codice del Consumo, "il venditore è responsabile quando il difetto di conformità si manifesta entro il termine di due anni dalla consegna del bene".

Prosegue, poi, al secondo comma: "il consumatore decade dai diritti previsti dall'art. 130, comma 2 (riparazione, sostituzione, riduzione del prezzo e/o risoluzione del contratto), se non denuncia al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla data in cui ha scoperto il difetto. La denuncia non è necessaria se il venditore ha riconosciuto l'esistenza del difetto o lo ha occultato".

Il successivo terzo comma statuisce: "salvo prova contraria, si presume che i difetti di conformità che si manifestano entro sei mesi dalla consegna del bene esistessero già a tale data, a meno che tale ipotesi sia incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità".

Chiude, infine, il quarto comma: "l'azione diretta a far valere i difetti non dolosamente occultati dal venditore si prescrive, in ogni caso, nel termine di ventisei mesi dalla consegna del bene".

 

Avv. Paolo Messineo

 

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

L'affidamento dei figli nella separazione dei coniugi.

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La legge sul c.d. "Dopo di noi"

 

Finalità, strumenti e requisiti di un importante provvedimento legislativo.

 

È inutile negarlo. Tutti coloro che hanno un familiare che versa in situazione di handicap e che non sia autosufficiente, tanto dal punto di vista personale quanto da quello economico, si sono posti le seguenti domande: che ne sarà di lui/lei quando non ci saremo più noi? Chi se ne prenderà cura? Con quali risorse? Per dare una risposta a tali comprensibili preoccupazioni il Legislatore ha emanato la Legge 22 giugno 2016 n.112, conosciuta anche come c.d. “legge sul dopo di noi”.

 

Finalità dichiarata di tale provvedimento normativo, come si legge all’art. 1, è quella di “…favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità”.

 

È, tuttavia, necessario chiarire preliminarmente che i destinatari della legge in commento sono tutti quelli che si trovano in condizione di “..disabilità grave, non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità, prive di sostegno familiare in quanto mancanti di entrambi i genitori o perché gli stessi non sono in grado di fornire l’adeguato sostegno genitoriale, nonché in vista del venir meno del sostegno familiare..”.

 

Lo stato di “disabilità grave”, che deve ricorrere per l’applicazione della legge, è quello di cui all’art. 3, comma 3, della Legge n. 104/1992, ed è accertato con le modalità previste dall’art. 4 della medesima legge.

 

La legge è volta, altresì, “…ad agevolare le erogazioni da parte di soggetti privati, la stipula di polizze di assicurazione e la costituzione di trust, di vincoli di destinazione su beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri, e di fondi speciali, composti di beni sottoposti a vincolo di destinazione e disciplinati con contratto di affidamento fiduciario anche a favore di organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS)…”.

 

Per la realizzazione delle finalità sopra indicate, la legge prevede che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali istituisca il Fondo per l’assistenza delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare.

 

In particolare, il Fondo mira a realizzare i seguenti obiettivi:

 

  1. attivare e potenziare programmi di intervento volti a favorire percorsi di deistituzionalizzazione e di supporto alla domiciliarità in abitazioni o gruppi-appartamento che riproducano le condizioni abitative e relazionali della casa familiare, al fine di impedire l’isolamento delle persone con disabilità grave;

  2. realizzare, ove necessario e, comunque, in via residuale, interventi per la permanenza temporanea in una soluzione abitativa extrafamiliare per far fronte ad eventuali situazioni di emergenza, nel rispetto della volontà delle persone con disabilità grave, ove possibile, dei loro genitori o di chi ne cura gli interessi;

  3. realizzare interventi innovativi di residenzialità per le persone con disabilità grave, volti alla creazione di soluzioni alloggiative di tipo familiare;

  4. sviluppare programmi di accrescimento della consapevolezza, di abilitazione e di sviluppo delle competenze per la gestione della vita quotidiana e per il raggiungimento del maggior livello di autonomia delle persone con disabilità grave.

 

La legge, poi, prevede, all’art. 6, l’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni per i beni e i diritti conferiti in trust ovvero gravati da vincoli di destinazione ovvero destinati a fondi speciali istituiti in favore delle persone con disabilità grave, ma solo a condizione che il trust, il vincolo di destinazione o i fondi speciali perseguano come finalità esclusiva l’inclusione sociale, la cura e l’assistenza delle persone con disabilità grave, in favore delle quali sono istituiti.

 

Inoltre, l’atto istitutivo del trust, il contratto di affidamento fiduciario che disciplina i fondi speciali ovvero la costituzione del vincolo di destinazione devono essere fatti per atto pubblico, devono descrivere i bisogni specifici delle persone con disabilità grave, in favore delle quali sono istituiti, devono indicare le attività assistenziali necessarie a garantire la cura e la soddisfazione dei loro bisogni; ancora, devono indicare specificamente gli obblighi, ivi compreso quello di rendicontazione, del trustee, del fiduciario e del gestore, con riguardo al progetto di vita ed agli obiettivi di benessere che lo stesso deve promuovere in favore delle persone con disabilità grave, adottando ogni misura idonea a salvaguardarne i diritti. Infine, deve essere indicato esplicitamente che gli esclusivi beneficiari sono le persone con disabilità grave, che i beni, di qualsiasi natura, conferiti nel trust o nei fondi speciali o gravati da vincolo di destinazione sono destinati esclusivamente alla realizzazione delle finalità assistenziali degli stessi soggetti; deve essere individuato il soggetto preposto al controllo delle obbligazioni imposte a carico del trustee, del fiduciario o del gestore; deve, in ultimo, essere, stabilito il termine finale della durata del trust, del fondo speciale o del vincolo di destinazione nella data della morte della persona con disabilità grave.

 

Con Decreto del 23/11/2016, emanato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, di concerto con il Ministero della Salute, sono stati definiti gli obiettivi di servizio per le prestazioni da erogare.

 

In particolare, è disposto che agli interventi previsti in favore delle persone con disabilità grave, prive del sostegno familiare, si acceda previa valutazione multidimensionale, effettuata da equipe multi professionali in cui siano presenti almeno le componenti clinica e sociale.

 

La valutazione multidimensionale analizza le diverse dimensioni del funzionamento della persona con disabilità, nella prospettiva della sua migliore qualità di vita e, in particolare, almeno le seguenti aree:

 

  1. cura della propria persona, inclusa la gestione di interventi terapeutici;

  2. mobilità;

  3. comunicazione e altre attività cognitive;

  4. attività strumentali e relazionali della vita quotidiana.

 

La valutazione così effettuata è finalizzata alla definizione del progetto personalizzato per la persona con disabilità grave ed alla individuazione degli specifici sostegni di cui necessita, a partire dalle prestazioni sanitarie e sociali. È importante evidenziare che il progetto personalizzato è definito assicurando la più ampia partecipazione possibile della persona con disabilità grave, tenendo conto dei suoi desideri, aspettative e preferenze. Laddove il soggetto interessato non sia nella condizione di esprimere pienamente la sua volontà, è previsto l’intervento a sostegno dei genitori o di chi ne tutela gli interessi.

 

La legge prevede che la concreta attuazione delle disposizioni in essa contenute sia affidata alle singole Regioni, che dovranno adottare le linee di indirizzo di programmazione proprio per l’attuazione degli interventi previsti in favore dei soggetti con disabilità grave.

 

La Regione Sicilia, nel rispetto di quanto sopra, ha approvato la Deliberazione n. 243 del 23/06/2017, con la quale ha adottato il Programma regionale “Dopo di noi”, per l’utilizzo delle risorse ad essa assegnate.

 

C’è da sottolineare, tuttavia, che l’iter dovrà trovare la sua conclusione con la successiva pubblicazione dei bandi per il concreto avvio dei servizi e l’effettiva erogazione delle prestazioni previste dalla Legge.

 

Ci si augura, comunque, che tale conclusione possa arrivare nel più breve tempo possibile per dare una speranza concreta a tutti quei genitori che, sino ad ora, temono ciò che tutti gli altri normalmente desiderano, cioè che i propri figli vivano più a lungo di loro stessi.

                                                                                                                      Avv. Paolo Messineo

 

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