Il Fondo di garanzia INPS

 

In questo breve contributo tratteremo, con la consueta sintesi, di un presidio di tutela per i lavoratori dipendenti che, come sempre più spesso accade soprattutto in questi ultimi tempi, rischiano di vedere pregiudicato il loro legittimo diritto alla corresponsione del Trattamento di Fine Rapporto (T.F.R., la c.d. “buonuscita”) in occasione delle sempre più frequenti crisi aziendali, a causa delle quali i datori di lavoro si trovano (più o meno incolpevolmente) a dover cessare l’attività con conseguente taglio dei posti di lavoro.

 

Il fondo di garanzia Inps per il Trattamento di Fine Rapporto (T.F.R.) è stato istituito con l’art. 2, Legge 29/05/1982 n. 297, per garantire al lavoratore dipendente il pagamento del T.F.R. in sostituzione del datore di lavoro insolvente.

 

Con gli artt. 1 e 2 D.Lgs. 27/01/1992 n. 80, il fondo interviene anche per le retribuzioni maturate negli ultimi tre mesi del rapporto.

 

Possono richiedere l’intervento del Fondo di garanzia tutti i lavoratori dipendenti da datori di lavoro tenuti al versamento del contributo a questo fondo, che abbiano cessato un rapporto di lavoro subordinato.

 

Dall’01/07/1997 il beneficio si estende anche ai soci di cooperative di lavoro, anche per periodi anteriori, purché in regola con i versamenti contributivi.

 

Possono presentare domanda di accesso anche gli eredi (coniuge e figli e, se viventi a carico, parenti entro il terzo grado e affini entro il secondo) ed i cessionari a titolo oneroso del T.F.R.

 

Il Fondo di garanzia interviene con modalità diverse a seconda che il datore di lavoro sia soggetto o meno alle procedure concorsuali.

 

Secondo l’articolo 1, Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Legge Fallimentare), sono soggetti al fallimento gli imprenditori esercenti attività commerciale, esclusi gli enti pubblici, mentre non sono soggetti al fallimento gli imprenditori che dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

 

·         aver avuto, in ciascuno dei tre esercizi precedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento, o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro;

 

·         aver realizzato in ciascuno dei tre esercizi precedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a 200.000 euro;

 

·         avere un ammontare di debiti, anche non scaduti, non superiore a 500.000 euro.

 

L’imprenditore ha l'onere di dimostrare il possesso congiunto dei tre requisiti e nel caso in cui non partecipi all'istruttoria prefallimentare, verrà dichiarato fallito.

 

Per il datore di lavoro soggetto alle procedure concorsuali, i requisiti per l'intervento del Fondo sono:

 

·         la cessazione del rapporto di lavoro subordinato;

 

·         l'accertamento dello stato d'insolvenza e l'apertura di una procedura concorsuale di fallimento, concordato preventivo, liquidazione coatta amministrativa o di amministrazione straordinaria;

 

·        l'accertamento dell'esistenza del credito a titolo di TFR e/o delle ultime tre mensilità. L'accertamento nel fallimento, amministrazione straordinaria e liquidazione coatta amministrativa, avviene con l'ammissione del credito nello stato passivo della procedura, che determina la misura dell'obbligazione del Fondo di garanzia.

 

Il requisito della cessazione del rapporto deve essere valutato con attenzione  nelle ipotesi di trasferimento dell'azienda, compresi affitto e usufrutto. L'articolo 2112, codice civile prevede il mantenimento del rapporto di lavoro con il cessionario, che è tenuto a corrispondere il TFR anche per la parte maturata con il cedente. Ne consegue che il Fondo opererà a garanzia del TFR solo nell'ipotesi d'insolvenza del cessionario e non del cedente.

 

Fanno eccezione le ipotesi di vendita di aziende poste in fallimento, amministrazione straordinaria, concordato preventivo con cessione di beni o liquidazione coatta amministrativa per le quali l'articolo 47, comma 5, legge 29 dicembre 1990, n. 428, ha previsto che non si applichi, salvo condizioni di miglior favore, l'articolo 2112, codice civile. In questi casi è possibile l'intervento del Fondo di garanzia per il TFR maturato alle dipendenze del cedente fino al trasferimento, salvo che l'accordo sindacale preliminare preveda, come condizione di maggior favore, l'accollo del TFR da parte dell'acquirente o la continuazione del rapporto di lavoro senza soluzione di continuità.

 

La fruizione da parte del lavoratore del trattamento straordinario di integrazione salariale ( CIGS) ex articolo 3, legge 23 luglio 1991, n. 233 presuppone la continuazione reale e non fittizia del rapporto di lavoro con l'impresa fallita fino al termine della concessione. Quindi la garanzia del Fondo potrà operare solo dopo che si sia verificata la risoluzione del rapporto di lavoro per dimissioni o licenziamento.

 

Quando il datore di lavoro non può essere dichiarato fallito perché cancellato dal Registro delle Imprese da più di un anno (articoli 10 e 11, Legge Fallimentare) o perché l'ammontare complessivo dei debiti scaduti e non pagati, accertati nell'ambito dell'istruttoria prefallimentare condotta dal tribunale, è inferiore a 3.000 euro (articolo 15, comma 9, Legge Fallimentare), il Fondo di garanzia interviene sulla base dei requisiti previsti per i datori di lavoro non assoggettati a procedure concorsuali (articolo 2, comma 5, legge 297/1982).

 

Nell'ipotesi di datore di lavoro non soggetto alle procedure concorsuali i requisiti per l'intervento del Fondo sono:

 

·         la cessazione del rapporto di lavoro subordinato;

 

·         l’inapplicabilità al datore di lavoro delle procedure concorsuali;

 

·         l’esistenza del credito per TFR rimasto insoluto;

 

·        l’insufficienza delle garanzie patrimoniali del datore di lavoro a seguito dell'esecuzione forzata. Il requisito si realizza quando il lavoratore provi di aver tentato di realizzare il proprio credito in modo serio e adeguato ricercando, con la normale diligenza, i beni del datore di lavoro nei luoghi ricollegabili alla persona dello stesso.

 

Per l'intervento del Fondo (ai sensi dell'articolo 2, comma 5, legge 297/1982) il credito di lavoro deve essere accertato con:

 

·         sentenza;

 

·         decreto ingiuntivo;

 

·         decreto di esecutività del verbale di conciliazione di cui all'articolo 411, comma 3, codice procedura civile;

 

·         decreto di esecutività del verbale di conciliazione di cui all'articolo 410, codice procedura civile;

 

·         diffida accertativa di cui articolo 12, decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124, quando, con il provvedimento del direttore della Direzione provinciale del lavoro, acquista valore di accertamento tecnico con efficacia di titolo esecutivo.

 

Il requisito dell'insufficienza delle garanzie patrimoniali del datore di lavoro è soddisfatto quando:

 

·         il lavoratore esibisce il verbale di pignoramento mobiliare negativo tentato presso i locali dell'azienda e nel luogo di residenza del datore di lavoro, se imprenditore individuale. Se il datore di lavoro è deceduto, le azioni esecutive devono essere eseguite nei confronti degli eredi. Se i chiamati hanno rinunciato all'eredità ed è stata aperta una procedura di eredità giacente o se gli eredi hanno accettato l'eredità con beneficio d'inventario, il lavoratore potrà accedere alla tutela del Fondo solo se, al termine della procedura di liquidazione concorsuale prevista dall'articolo 499, codice procedura civile, il credito sia rimasto in tutto o in parte insoddisfatto per incapienza dei beni ereditari;

 

·         il lavoratore esibisce il verbale di pignoramento mobiliare negativo tentato presso i locali dell'azienda e nel luogo di residenza di tutti coloro che rispondono illimitatamente delle obbligazioni sociali, in caso di società di persone;

 

·         il lavoratore esibisce il verbale di pignoramento mobiliare negativo tentato presso le sedi della società, legale e operativa.

 

Le prestazioni erogate dal Fondo: TFR e crediti da lavoro

 

Il TFR è quella somma di denaro che il datore di lavoro deve corrispondere ai lavoratori subordinati all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, indipendentemente dalla causa della cessazione stessa. È disciplinato dall'articolo 2120 del codice civile e si calcola sommando, per ogni anno, una quota pari alla retribuzione annuale diviso 13,5, alla quale va aggiunta la rivalutazione dell'importo accantonato fino all'anno precedente.

 

Il TFR è esigibile al momento della cessazione del rapporto di lavoro e il relativo diritto si prescrive in cinque anni (articolo 2948, comma 5 del codice civile). Trattandosi di una prescrizione breve, quando è riconosciuto con sentenza passata in giudicato si prescrive in dieci anni (articolo 2953 del codice civile).

Il Fondo garantisce il pagamento dell'intero TFR nella misura in cui è accertato nell'ambito della procedura concorsuale o individuale aperta a carico del datore di lavoro.

In caso di concordato preventivo, il Fondo di garanzia interviene nella misura in cui il piano prevede che il credito sia soddisfatto. Il Fondo di garanzia interviene in sostituzione del datore di lavoro per le somme da questo dovute ai lavoratori e non anche per quelle da cui è stato da essi liberato, con l'adesione alla proposta concordataria.

 

I crediti di lavoro che possono essere corrisposti a carico del Fondo di garanzia sono quelli inerenti agli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro (tre mesi di calendario o l'arco di tempo compreso tra la data di cessazione del rapporto di lavoro e la stessa data del terzo mese precedente).

 

La garanzia del Fondo per i crediti di lavoro è limitata ad una somma pari a tre volte la misura massima del trattamento straordinario di integrazione salariale mensile al netto delle trattenute assistenziali e previdenziali.

 

Possono essere posti a carico del Fondo solo i crediti di lavoro (diversi dal TFR) aventi natura di retribuzione propriamente detta, compresi i ratei di tredicesima e di altre mensilità aggiuntive (massimo tre ratei), nonché le somme dovute dal datore di lavoro a titolo di prestazioni di malattia e maternità. Invece, devono essere escluse l'indennità di preavviso, l'indennità per ferie non godute, l'indennità di malattia a carico dell'INPS che il datore di lavoro avrebbe dovuto anticipare.

 

Insieme al TFR vengono corrisposti gli interessi e la rivalutazione dalla data di cessazione del rapporto di lavoro fino alla data di effettivo adempimento, mentre sui crediti di lavoro il termine per gli interessi e la rivalutazione decorre dalla data della domanda sino a quella di effettivo adempimento.

 

Le somme erogate dal Fondo di garanzia a titolo di TFR, crediti di lavoro e oneri accessori sono assoggettate a tassazione dall'Istituto, che è sostituto d'imposta ai sensi della vigente normativa fiscale. Si ricorda che la ritenuta fiscale operata dall'Istituto ha carattere provvisorio, in quanto il decreto legislativo 18 febbraio 2000, n. 47 ha previsto che gli uffici finanziari riliquidino l'imposta in base all'aliquota media di tassazione dei cinque anni precedenti a quello in cui è maturato il diritto alla percezione. 

 

Le prestazioni del Fondo di garanzia sono pagate presso lo sportello della banca convenzionata con l'INPS, indicata nella comunicazione di accoglimento dell'istanza, dietro presentazione di un documento di identità e dell' IBAN del conto corrente bancario/postale sul quale accreditare le somme. Al momento del pagamento il lavoratore deve rilasciare quietanza.

 

Se il lavoratore è impossibilitato a recarsi personalmente a riscuotere, deve conferire procura speciale all'incasso, in cui sia espressamente previsto il potere del procuratore di rilasciare quietanza.

 

                                                                                                                      Avv. Paolo Messineo

 

Ore di sostegno insufficienti: che fare?

 

Chi, purtroppo, vive - direttamente o indirettamente - il problema della disabilità sa perfettamente che spesso, tra i mille problemi che questa condizione comporta, c’è anche quello della insufficiente copertura delle ore di sostegno scolastico per i bambini che frequentano i nostri istituti.

 

Anche casi di grave disabilità, infatti, finiscono per essere lasciati senza l’adeguata copertura del monte ore, con la conseguenza che gli alunni più svantaggiati, invece di ricevere il supporto didattico cui avrebbero diritto, vengono privati dell’insegnante di sostegno che rappresenta, per loro, un punto di riferimento fondamentale.

 

Ma perché questo accade e, soprattutto, cosa dice la legge al riguardo?

 

È necessario, preliminarmente, partire dal presupposto che il diritto all’istruzione è certamente rientrante tra i diritti fondamentali della persona e, per tale motivo, riceve riconoscimento e tutela nell’ordinamento giuridico internazionale (Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, del 13/12/2006, resa esecutiva in Italia con Legge n. 18/2009), europeo (art. 2 Trattato sull’Unione Europea ed artt. 9 e 10 Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) ed interno (artt. 2 e 3 Costituzione, art. 12 Legge 104/1992, Legge n. 67/2006, recante Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni).

 

Detto questo, l’art. 2 Legge n. 244/2007 ha fissato il rapporto numerico in un insegnante di sostegno ogni due alunni diversamente abili, ferma restando la possibilità di autorizzare assunzioni in deroga prevista dall’art. 39, comma 3-bis, Legge n. 449/1997.

 

Tuttavia, la giurisprudenza si sta consolidando nel riconoscere, nei casi di grave disabilità, il diritto dell’alunno a fruire dell’insegnante di sostegno per tutte le ore di frequenza e, quindi, in rapporto di 1 a 1.

 

Se, dunque, i criteri di determinazione del numero degli insegnanti di sostegno sono quelli sopra indicato, perché si verificano casi in cui a bambini con disabilità (anche grave) viene riconosciuto un numero di ore di sostegno inferiore a quello cui avrebbero diritto?

 

L’Amministrazione Scolastica si trincera dietro la generica giustificazione dell’insufficienza di risorse finanziarie per garantire l’integrale copertura del fabbisogno ma, a ben vedere, tale motivazione non è assolutamente accettabile.

 

Omettendo la descrizione dell’iter amministrativo per il riconoscimento della disabilità (che per ragioni di sintesi diamo per acquisito), vediamo come, concretamente, si giunge alla determinazione delle ore di sostegno attribuibili a ciascun alunno.

 

Dopo una fase di valutazione ed osservazione, il Gruppo di Lavoro Operativo per l’Handicap (GLOH), formato dagli insegnanti della classe dell’alunno, dall’insegnante di sostegno (se già assegnato), dai genitori dell’alunno e dagli operatori del Distretto Socio-Sanitario, procede – sulla base della Diagnosi Funzionale – alla elaborazione del Profilo Dinamico Funzionale e, successivamente, del Piano Educativo Individualizzato, che individua ed esplicita gli interventi didattico-educativi, riabilitativi e di socializzazione predisposti in favore dell’alunno.

 

Il Dirigente Scolastico trasmette le relative risultanze agli Uffici Scolastici che, in seguito all’acquisizione di tali dati, devono attribuire ai singoli Istituti tanti insegnanti di sostegno quanti ne sono necessari per coprire tutte le ore che sono risultate oggetto delle proposte, salva la possibilità di esercitare un potere meramente correttivo sulla base di riscontri oggettivi.

 

Il Dirigente Scolastico, pertanto, conclude il procedimento riguardante gli alunni disabili con il provvedimento di attribuzione delle ore di sostegno a ciascuno di essi, ore che devono essere corrispondenti a quelle oggetto della singola proposta del Gruppo di Lavoro Operativo per l’Handicap, dalla quale non si può discostare.

 

Di fronte alle reiterate violazioni del criterio per il quale all’allievo disabile in situazione di gravità deve essere garantita la copertura totale delle ore di sostegno (quindi, con il rapporto di 1 a 1), si è fatto sempre più frequente – e necessario – il ricorso alla Magistratura, affinché venga accertato e riconosciuto giudizialmente quello che è un vero e proprio diritto fondamentale della persona con disabilità.

 

I giudici, infatti, con le loro sentenze, stanno ribadendo sempre più il concetto secondo cui, in materia di assegnazione delle ore di sostegno all’alunno disabile, l’atto fondamentale è il Piano Educativo Individualizzato, dalle cui indicazioni il Dirigente Scolastico non può discostarsi.

 

È quanto si evince da una serie di pronunce emesse dai Giudici Amministrativi; per citarne solo alcune, tra le molteplici, segnaliamo la Sentenza del Consiglio di Stato, Sez. VI, del 16 giugno 2017  n. 2944 che, dopo aver ricostruito la normativa relativa all’attribuzione delle ore di sostegno agli alunni portatori di deficit, nonché le regole sullo status e sul reclutamento degli insegnanti di sostegno, e infine il procedimento per la determinazione e quindi l’attribuzione delle ore di sostegno ai singoli alunni, ha sostanzialmente affermato che gli atti degli Uffici scolastici e quelli dei dirigenti scolastici non possono discostarsi dal contenuto dei P.E.I. e, in particolare, dalle «proposte» redatte per i singoli alunni dal G.L.O.H.(Gruppo di lavoro operativo per l’handicap, composto non solo da esponenti del mondo della scuola, ma – in considerazione dei principi costituzionali rilevanti in materia di tutela del diritto alla salute - anche da membri aventi competenze medico-psichiatriche), al quale l’art. 10, comma 5, della legge 30 luglio 2010, n. 122 ha attribuito il potere di proporre le ore da attribuire a tutti gli alunni disabili, e non soltanto a quelli che siano stati riconosciuti portatori di una disabilità grave o gravissima.

 

Ha concluso, pertanto, la sentenza citata che nessuna disposizione di legge ha attribuito né al dirigente scolastico, né agli Uffici scolastici il potere di “ridurre” o sottoporre a un riesame di merito quanto proposto dal G.L.O.H. a favore dei singoli disabili, e che l’art. 10, comma 5, ha attribuito il nomen iuris di «proposte» agli atti del G.L.O.H. sulla determinazione delle ore, non perché altre autorità - peraltro non aventi specifiche competenze di natura medica o didattica sulle esigenze degli alunni diversamente abili - possano esercitare un “potere riduttivo di merito”, ovvero ridurre le ore assegnate, ma per la semplice ragione che tali «proposte» sono atti interni al procedimento, cioè redatte quando non sono ancora state rilevate le effettive esigenze e non sono stati assegnati gli insegnanti di sostegno.

 

Ancora, si segnala un altro pronunciamento del Consiglio di Stato che, con la sentenza n. 2023 del 23/3/2017 ha confermato una sentenza del TAR Toscana con la quale veniva annullato il provvedimento dell’Amministrazione scolastica che aveva assegnato un numero di ore di sostegno inferiore a quelle proposte dal GLHO nel PEI.

 

L'Amministrazione aveva proposto appello sostenendo che la competenza fosse del tribunale civile dal momento che, a suo avviso, il ricorso, patrocinato dall'associazione “Autismo Pisa ONLUS”, denunciava una discriminazione che per legge è oggetto di giurisdizione dei tribunali civili.

 

Il Consiglio di Stato ha disatteso tale posizione sostenendo che eventualmente la discriminazione può essere invocata solo dalla parte discriminata per sua difesa e non dall’amministrazione “discriminante” per sottrarsi al giudizio sfavorevole del TAR.

 

La sentenza è stata molto esaltata sulla stampa per aver evidenziato il principio secondo il quale il diritto allo studio degli alunni con disabilità, sostanzialmente concentrandosi nel numero di ore di sostegno, non può essere ridotto o annullato per motivi di tagli alla spesa pubblica, che è causa quasi unica di riduzione del numero di ore di sostegno.

 

Concludiamo ribadendo che il sostegno all’istruzione dei disabili è un diritto fondamentale della persona, riconosciuto a livello internazionale, comunitario ed interno e che non è consentito pregiudicarlo limitando e/o riducendo le ore in cui il personale specializzato affianca l’allievo disabile.

 

Purtroppo, la prassi quotidiana dimostra che sono ancora molti, troppi, i casi in cui l’Amministrazione Scolastica, facendosi schermo della sterile giustificazione delle ridotte risorse finanziarie, finisce per violare apertamente tale diritto, non lasciando altra scelta se non quella di ricorrere alla tutela giudiziaria.

Avv. Paolo Messineo

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Consumi idrici anomali: cosa bisogna sapere per difendersi

 

Le controversie relative al pagamento delle fatture per consumo di acqua, per uso domestico o irriguo, sono sempre più frequenti e, spesso, hanno ad oggetto somme di rilevante entità.

 

I gestori, infatti, siano essi Enti pubblici o soggetti privati, richiedono il pagamento di ingenti somme anche quando, per le motivazioni addotte dall’utente, la loro spettanza appare, quantomeno, dubbia se non totalmente illegittima.

 

Proveremo, quindi, a fornire le informazioni essenziali per poter verificare la correttezza dell’operato del Gestore e, se necessario, per contestare la legittimità delle relative richieste di pagamento.

 

Innanzitutto è necessario inquadrare giuridicamente la fattispecie della fornitura di acqua; essa è pacificamente riconducibile al contratto di somministrazione, di cui all’art. 1559 c.c., che lo definisce come “il contratto con il quale una parte si obbliga, verso corrispettivo di un prezzo, a eseguire, a favore dell’altra, prestazioni periodiche o continuative di cose”.

 

Nel normale svolgimento del rapporto, quindi, le parti sono obbligate reciprocamente, l’una a somministrare il bene oggetto del contratto e l’altra a pagarne il relativo prezzo; il venir meno di una delle due parti al proprio obbligo legittima l’altra a non adempiere a sua volta, in applicazione della norma generale dell’art. 1453 c.c., sui contratti a prestazioni corrispettive, e delle specifiche norme sul contratto di somministrazione: gli artt. 1564 e 1565 c.c., infatti, prevedono che in caso di inadempimento di una delle parti relativo a singole prestazioni, l’altra può chiedere la risoluzione del contratto, se l’inadempimento ha una notevole importanza ed è tale da menomare la fiducia nell’esattezza dei successivi adempimenti; inoltre, se la parte che ha diritto alla somministrazione è inadempiente e l’inadempimento è di lieve entità, il somministrante non può sospendere l’esecuzione del contratto senza dare congruo preavviso.

 

Ricordiamo, inoltre, la fondamentale norma dell’art. 1375 c.c., secondo cui “Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede”; in virtù di tale disposizione, infatti, i principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione e nell’interpretazione del contratto rilevano sia sul piano dell’individuazione degli obblighi contrattuali, sia su quello del bilanciamento dei contrapposti interessi delle parti.

 

Fatto questo necessario richiamo alla normativa codicistica applicabile, affrontiamo il problema che si pone quando il Gestore idrico ci chiede il pagamento di somme per consumi che riteniamo non rispondenti alla realtà.

 

Il presupposto da cui è necessario partire è che nei contratti di somministrazione caratterizzati dalla rilevazione dei consumi mediante contatore, la rilevazione dei consumi è assistita da una mera presunzione semplice di veridicità.

 

Quindi, il consumo indicato in fattura è un dato la cui esattezza ben può essere contestata, non avendo carattere assoluto, ma solo “presuntivamente” reale.

 

Infatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23699 del 22/11/2016, ha affermato un importante principio di diritto sulla specifica questione, stabilendo che “In caso di contestazione dei consumi da parte del somministrato, grava sul somministrante (il Gestore idrico, n.d.a.) l’onere di provare che il sistema di rilevazione dei consumi (ovvero il contatore) fosse perfettamente funzionante, mentre grava sul fruitore l’onere di provare che l’eccessività dei consumi è dovuta a fattori esterni al suo controllo e che non avrebbe potuto evitare con una diligente custodia dell’impianto, ovvero di aver diligentemente vigilato affinché eventuali intrusioni di terzi non potessero alterare il normale funzionamento del misuratore o determinare un incremento dei consumi”.

 

Con questa importante decisione il Supremo Collegio stabilisce il criterio per la ripartizione dell’onere della prova in caso di contestazione sulla quantificazione del consumo idrico; in virtù di tale criterio, pertanto, dovrà essere il Gestore del servizio idrico a fornire la prova della correttezza della rilevazione del consumo, mentre l’utente dovrà dimostrare che l’eccessivo consumo è ascrivibile a fattori esterni alla sfera del suo controllo, anche applicando la dovuta diligenza nella custodia dell’impianto.

 

È interessante segnalare un significativo pronunciamento del Giudice di Pace di Agrigento, chiamato a dirimere una controversia insorta tra il Gestore del servizio idrico ed un utente, al quale il primo aveva sostituito il contatore per la rilevazione dei consumi senza che quest’ultimo fosse presente e, quindi, in assenza di contraddittorio.

 

Con la sentenza n. 163 del 21/03/2014, il Giudice di Pace di Agrigento precisa, innanzitutto, che la fattura emessa dal fornitore del servizio non rende certa ed incontestabile l’entità della somministrazione, poiché resta un atto unilaterale di natura contabile, volto ad ottenere il pagamento dei consumi tenendo conto esclusivamente del convincimento dell’emittente.

 

Ciò significa che se i dati che giustificano l’emissione di tale documento fiscale divergono rispetto ai dati reali ed effettivi, si può sempre procedere alla loro rettifica.

 

Quindi, l’utente potrà sempre superare la presunzione di veridicità dei dati contenuti nella fattura, in virtù del diritto di contestazione di cui gode, mentre il fornitore del servizio dovrà sempre essere in grado di dimostrare il corretto funzionamento del contatore e la perfetta corrispondenza fra il dato fornito da tale strumento ed il dato trascritto in fattura (Cass. Civ. sez. III, 02/12/2002 n. 17041).

 

Il giudice della sentenza in questione ha respinto la difesa del Gestore (che si appellava al fatto che la fattura era stata emessa sulla base del consumo comunicato dall’utente), poiché la comunicazione della lettura è un mero onere gravante sull’utente (il cui inadempimento determina come conseguenza esclusivamente di pagare l’eventuale conguaglio in caso di rilevamento di consumi superiori rispetto a quelli preventivati), posto che il consumo effettivo può essere rilevato solo e soltanto attraverso la lettura del contatore.

 

Infine (e questo è un aspetto molto importante di tale sentenza), il Giudice di Pace di Agrigento ha ricordato che l’Autorità Garante per l’energia, all’art. 11 della deliberazione del 28/12/1999, stabilisce che la sostituzione del contatore può avvenire solo con il consenso scritto del cliente che, dopo aver preso visione dei consumi registrati al momento della sostituzione, li sottoscrive.

 

Dunque, per garantire una tutela effettiva della corretta fatturazione dei consumi è necessario cristallizzare i dati rilevati dal contatore al momento della sua sostituzione, in quanto in un momento successivo lo strumento potrebbe essere manipolato o danneggiato durante il trasporto, non consentendo più una verifica attendibile dei consumi.

 

Avv. Paolo Messineo

 

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Il riconoscimento degli anni di servizio pre-ruolo nelle scuole paritarie

 

Il presente contributo ha ad oggetto una delle questioni più controverse che riguardano i lavoratori del comparto scuola e che maggiormente è fonte di controversie giudiziarie: il riconoscimento, ai fini previdenziali, di mobilità e di punteggio nelle graduatorie, degli anni di servizio prestati nelle scuole paritarie.

 

I docenti, così come il personale A.T.A., che hanno prestato servizio in tali scuole, nel momento in cui chiedono la ricostruzione di carriera, si vedono puntualmente negare il punteggio derivante dagli anni di servizio prestati nelle scuole paritarie, con conseguente penalizzazione a livello previdenziale, di punteggio di mobilità, di posizionamento nelle graduatorie d’istituto e, non ultimo, anche retributivo.

 

L’Amministrazione scolastica, infatti, si ostina a non riconoscere tale servizio, richiamando una disposizione contenuta nella Tabella di valutazione dei titoli del CCNI, ai sensi della quale “il servizio prestato nelle scuole paritarie non è valutabile in quanto non riconoscibile ai fini della ricostruzione di carriera”.

 

Per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio, dobbiamo subito dire che la posizione assunta dal MIUR sulla questione è assolutamente illegittima e priva di fondamento, oltreché di buon senso.

 

L’art. 1, comma 1, L. n. 62/2000, infatti, testualmente dispone che “il sistema nazionale di istruzione…è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e dagli enti locali”; il comma 3, poi, esplicitamente attribuisce all’attività delle scuole paritarie la funzione di “servizio pubblico”; il comma 4, infine, elenca tutti i requisiti che le scuole non statali devono possedere per richiedere ed ottenere il riconoscimento della parità.

 

In ragione di ciò, sono stati previsti penetranti controlli e rigide prescrizioni per gli istituti paritari (vedasi, al riguardo, la già citata L. 62/2000, la successiva L. 27/2006 nonché, ex multis, la Circolare Ministeriale 163 del 15/06/2000 e i decreti ministeriali n. 267/07 e n. 83/08).

 

In particolare, la C.M. 13/2000 ha preteso che, al fine di ottenere la parità, gli istituti scolastici privati devono “dichiarare che il personale docente è munito di titolo di studio abilitante ovvero di specifica abilitazione” e, altresì, “dichiarare che il rapporto di lavoro individuale per tutto il personale della scuola è conforme ai contratti collettivi di settore”.

 

È chiaro, così, che queste disposizioni sono finalizzate a rendere effettiva una piena omogeneità tra il servizio d’insegnamento svolto nelle scuole statali e quello svolto alle dipendenze degli istituti privati paritari.

 

Come se non bastasse, un’altra disposizione rende ancora più evidente ed esplicito il quadro normativo finalizzato all’equiparazione del servizio. Infatti, l’art. 2, comma 2, D.L. n. 255/2001 così dispone: “I servizi di insegnamento prestati dal 1 settembre 2000 nelle scuole paritarie di cui alla Legge 10 marzo 2000 n. 62, sono valutabili nella misura prevista per il servizio prestato nelle scuole statali.

 

Ovviamente, la giurisprudenza non ha mancato di avallare ciò che appare palese alla lettura delle norme citate: le scuole paritarie devono essere considerate alla stessa stregua delle scuole statali e, pertanto, non v’è motivo alcuno per non riconoscere il punteggio derivante dal servizio prestato presso gli istituti paritari.

 

Così, solo per citare alcune decisioni, il Tribunale di Milano, con sentenza n. 66/2017, ha dichiarato che “…diversamente opinando, si perverrebbe ad una interpretazione della vigente normativa senz’altro contraria ai principi di uguaglianza e di imparzialità della PA (artt. 3 e 97 Cost.), non essendovi ragione per discriminare sia in sede di mobilità che ai fini della ricostruzione di carriera tra servizi aventi per legge la medesima dignità e le medesime caratteristiche”.

 

Al fine di escludere la valutazione del servizio di cui ci stiamo occupando non si potrebbero fondatamente richiamare gli artt. 360, comma 6 e 485 D.Lgs. n. 297/94, ove si prevede il riconoscimento “agli effetti della carriera” del servizio di ruolo o pre-ruolo svolto dal personale docente presso le scuole secondarie “pareggiate” (comma 1) ovvero presso le scuole elementari “parificate” (comma 2), poiché la suddetta disposizione di legge, facendo uso della terminologia giuridica all’epoca adottata per indicare gli istituti scolastici privati oggetto di equiparazione giuridica a quelli statali, non può oggi che trovare applicazione nei confronti delle rinominate e ancor più rigorosamente disciplinate scuole “paritarie”.

 

D’altronde, il fenomeno di successione tra norme ed istituti giuridici è stato esplicitato dal D.L. n. 250/05 (conv. In L. 27/06) che, all’art. 1-bis (“Norme in materia di scuole non statali”), espressamente prevede che: “Le scuole non statali di cui alla parte II, Titolo VIII, capi I, II e III, del Testo Unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994 n. 297, sono ricondotte alle due tipologie di scuole paritarie riconosciute ai sensi della legge 10 marzo 2000 n. 62, e di scuole non paritarie”.

 

Peraltro, la stessa Ragioneria Generale dello Stato, con nota n. 0069064 del 04/08/2010, ha riconosciuto che la Legge n. 62/2000 “nulla ha modificato in materia di riconoscimento dei servizi pre-ruolo svolti…nelle predette istituzioni non statali paritarie che, pertanto, continuano ad essere valutabili, ai fini sia giuridici che economici, nella misura indicata dall’art. 485 D.Lgs. n. 297/1994”.

 

Sull’equiparazione tra scuole statali ed istituti privati paritari, con conseguente necessità di eguale valutazione del punteggio derivante dal servizio prestato in questi ultimi, si sino succedute, come detto, numerose pronunce delle corti di legittimità, di merito, civili e amministrative.

 

A titolo esemplificativo, si segnalano: Consiglio di Stato, sentenza n. 1102/2002, Tribunale Rimini – sez. Lavoro, sentenza n. 64/2014, Cass. n. 16623/2012.

 

Dal quadro normativo e giurisprudenziale che abbiamo sinteticamente cercato di ricostruire, emerge con tutta evidenza l’illegittimità del mancato riconoscimento degli anni di servizio pre-ruolo effettuato dai docenti e dal personale A.T.A. negli istituti paritari.

 

Nella speranza che il MIUR prenda finalmente atto (anche dietro la spinta della Magistratura del Lavoro) della contrarietà al diritto (e, prima ancora, al buon senso!) della linea di condotta fino ad ora adottata sulla controversa questione, non resta che adire l’Autorità Giudiziaria per vedere riconosciuto il diritto al giusto punteggio conseguito, ai fini previdenziali, di mobilità e retributivi.

 

Avv. Paolo Messineo  

 

Il rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato alla luce delle disposizioni introdotte dal c.d. "Decreto Dignità"

 

Il D.L. n. 87/2018, convertito con modificazioni nella Legge n. 96/2018, ha introdotto numerose novità nella disciplina del rapporto di lavoro subordinato; tra queste, esamineremo, in particolare, quelle che incidono direttamente sui contratti a tempo determinato.

 

Tali ultimi contratti sono disciplinati dal D.Lgs. n. 81/2015, il cui art. 19, comma 1, nella formulazione precedente all’entrata in vigore del D.L. n. 87/2018, prevedeva che la durata del contratto di lavoro a tempo determinato non potesse superare i trentasei mesi.

 

Per effetto della nuova normativa, il termine massimo di durata di tali contratti è stato drasticamente ridotto di ben due terzi, essendo stata consentita l’apposizione di un termine di durata non superiore a dodici mesi, senza la necessità di specifiche causali e senza alcun collegamento con le esigenze tecnico-organizzative del datore di lavoro.

 

Il D.L. n. 87/2018 consente di derogare al termine massimo di dodici mesi, consentendo una durata del contratto a tempo determinato di 24 mesi, solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni:

 

  1. esigenze temporanee ed oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze sostitutive di altri lavoratori;

  2. esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria.

 

Per assicurare il rispetto del termine di dodici mesi, il comma 1-bis dell’art. 1 prevede che, nel caso in cui un contratto a tempo determinato venga stipulato per una durata superiore ai dodici mesi in assenza di una delle ipotesi di cui alle precedenti lettere a) e b), il contratto stesso si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di superamento del termine di dodici mesi.

 

Altra importante modifica introdotta dal “Decreto Dignità” riguarda l’ipotesi della successione di contratti a tempo determinato.

 

Il comma 2 dell’art. 19 del Decreto, infatti, riduce da trentasei a ventiquattro mesi la durata massima dei rapporti di lavoro a tempo determinato intercorsi tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, per effetto di una successioni di contratti, conclusi per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale e indipendentemente dai periodi di interruzione tra un contratto e l’altro.

 

Anche in questo caso, al fine di evitare l’abusiva reiterazione di contratti oltre la durata massima dei due anni, il legislatore ha previsto la trasformazione del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato a far data dal superamento del biennio massimo consentito.

 

Per quanto riguarda i rinnovi e le proroghe, la relativa disciplina è contenuta nell’art. 21 del D.L. n. 87/2018 che stabilisce che il contratto a tempo determinato può essere rinnovato esclusivamente in presenza di una delle causali indicate tassativamente dall’art. 19, comma 1, D.Lgs. n. 81/2015, così come modificato e, quindi, solo quando ricorra una delle esigenze di cui alle lettere a) e b) sopra indicate.

 

Per quanto riguarda le proroghe, la norma stabilisce che il contratto a termine può essere prorogato liberamente nei primi dodici mesi e, successivamente, solo in presenza delle condizioni di cui all’art. 19, comma 1.

 

Anche per la violazione di queste disposizioni la legge prevede la sanzione della trasformazione del contratto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato.

 

Il termine del contratto a tempo determinato può essere prorogato, con il consenso del lavoratore, solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a ventiquattro mesi, e, comunque, per un massimo di quattro volte nell’arco di ventiquattro mesi a prescindere dal numero dei contratti. Qualora il numero delle proroghe sia superiore, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di decorrenza della quinta proroga.

 

Avv. Paolo Messineo

 

           

 

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L'azione revocatoria fallimentare

 

L’azione revocatoria fallimentare è lo strumento finalizzato a ricostituire il patrimonio del fallito, andando ad incidere, privandoli di effetto, sugli atti dallo stesso posti in essere nel periodo antecedente alla dichiarazione del fallimento, in violazione del principio della par condicio creditorum.

 

Nel diritto civile e in quello fallimentare, la locuzione latina par condicio creditorum (letteralmente “parità di trattamento dei creditori”) esprime un principio giuridico secondo il quale i creditori hanno uguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore salve le cause legittime di prelazione.

 

Per assicurare la parità di trattamento, dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale o esecutiva può essere iniziata o proseguita da questo o quel creditore.

 

Il principio è accolto dal codice civile italiano all’articolo 2741, che recita:

 

“I creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore, salve le cause legittime di prelazione. Sono cause legittime di prelazione i privilegi, il pegno e le ipoteche”.

 

Per dare concreta attuazione al principio della parità di trattamento dei creditori, la legge (art. 66, comma 1, R.D. n. 267/1942) stabilisce che “il curatore (del fallimento) può domandare che siano dichiarati inefficaci gli atti compiuti dal debitore in pregiudizio dei creditori, secondo le norme del codice civile”.

 

Il successivo art. 67 contiene l’elenco degli atti compiuti dal fallito che possono essere revocati al fine di non pregiudicare il principio del par condicio tra i creditori; tra gli atti revocabili ricordiamo solo le ipotesi più frequenti nella pratica quotidiana e, precisamente:

 

  1. gli atti a titolo oneroso compiuti nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, in cui le prestazioni eseguite o le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano di oltre un quarto ciò che a lui è stato dato o promesso;

  2. i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili, gli atti a titolo oneroso e quelli costitutivi di un diritto di prelazione per debiti, anche di terzi, contestualmente creati, se compiuti entro sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento.

 

Quindi, se il debitore fallito, per adempiere un’obbligazione assunta, esegue un pagamento nei sei mesi che precedono la dichiarazione di fallimento, chi riceve il pagamento potrà sentirsi richiedere la restituzione, in favore della curatela fallimentare, di quanto incassato dal fallito.

 

Tuttavia, la legge fallimentare pone dei limiti all’operatività della revocabilità, a tutela di chi si trovi a contrarre con il debitore fallito.

 

Infatti, colui che riceve il pagamento da chi poi venga dichiarato fallito è ammesso a provare che non conosceva lo stato di insolvenza del debitore. Fornendo tale prova, quanto ricevuto dal fallito non sarà suscettibile di azione revocatoria e potrà essere legittimamente trattenuto.

 

Non tutti i pagamenti o gli atti dispositivi compiuti dal debitore poi dichiarato fallito sono, tuttavia, soggetti ad azione revocatoria; l’art. 67, comma 2, Legge Fallimentare, infatti, contiene una serie di ipotesi in cui l’azione revocatoria non può essere esercitata.

 

Una tra le più interessanti di queste ipotesi è quella contemplata alla lettera a) e, precisamente, quella riguardante i pagamenti di beni e servizi effettuati nell’esercizio dell’attività d’impresa nei termini d’uso.

 

Ma cosa si intende per “termini d’uso”? Vediamo cosa dice la giurisprudenza in proposito: “Il rinvio dell'art. 67, comma 3, lett. a), L. Fall. ai "termini d'uso", ai fini dell'esenzione dalla revocatoria fallimentare per i pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa, attiene alle modalità di pagamento proprie del rapporto tra le parti e non già alla prassi del settore economico di riferimento” (Cass. civ. Sez. VI - Ord., 08/03/2018, n. 5587).

 

“Con riferimento all'art. 67, 3° comma, lett. c), L. fall., il concetto di "termini d'uso" fa riferimento alle condizioni di tempo e di modo dei pagamenti normalmente in uso tra i contraenti ed in concreto pattuiti tra le parti, sempre che siano mezzi fisiologici e usuali di pagamento, mentre non possono divenire "termini d'uso" prassi patologiche e forme anormali di pagamento, non concordate dalle parti all'inizio del rapporto negoziale” (Trib. Torino, sez. I sent. 02/03/2016).

 

Quindi, al fine di rendere operante l’esenzione dalla revocatoria prevista dalla norma in commento, è necessario che il pagamento sia stato eseguito, oltre che con mezzi ordinari, anche nei tempi previsti dal regolamento negoziale accettato dalle parti (cfr. Corte d’Appello Milano, sez. IV, sent. 12/10/2015).

 

Ricapitolando, per poter validamente agire in revocatoria è necessario fornire la prova della conoscenza, da parte di chi riceve il pagamento, dello stato di insolvenza del debitore fallito (c.d. scientia decotionis) e, per converso, chi riceve il pagamento è ammesso a provare che ignorava tale stato di insolvenza.

 

È opportuno, a questo punto, procedere ad una breve analisi delle pronunce giurisprudenziali formatesi sull’argomento.

 

In una serie di pronunce, è stato affermato il principio secondo cui la prova della conoscenza dell’insolvenza può essere raggiunta anche presuntivamente; così, per esempio, Cass. Sez. VI, Ord. n. 15796/2018 afferma che “in tema di revocatoria fallimentare, la conoscenza dello stato di insolvenza da parte del terzo contraente deve essere effettiva, ma può essere provata anche con indizi e fondata su elementi di fatto, purché idonei a fornire la prova per presunzioni di tale effettività. La scelta degli elementi che costituiscono la base della presunzione e il giudizio logico con cui dagli stessi si deduce l’esistenza del fatto ignoto costituiscono un apprezzamento di fatto che, se adeguatamente motivato, sfugge al controllo di legittimità.”  

 

Ancora, per Corte d’Appello Roma, sez. I, sent. 27/04/2018, “ai fini dell’accertamento della conoscenza dello stato di insolvenza, presupposto della revocatoria fallimentare di pagamenti di debiti liquidi ed esigibili, il giudice può avvalersi di presunzioni semplici.”

 

Per quanto riguarda la ripartizione dell’onere della prova, è stato affermato che “mentre compete al curatore di dimostrare la conoscenza in capo al convenuto dello stato di insolvenza, è, invece, onere del convenuto dimostrare l'esistenza della causa di esenzione dalla revocatoria fallimentare di cui alla lettera a del terzo comma dell'articolo 67, R.D. n. 267/1942 (legge fallimentare), relativo ai pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività di impresa nei termini d'uso” (Trib. Salerno sent. 04/11/2013).

 

Cosa succede nel caso in cui l’azione revocatoria abbia successo? Il secondo comma dell’art. 70 Legge Fallimentare prevede che “colui che, per effetto (dell’azione revocatoria) ha restituito quanto aveva ricevuto è ammesso al passivo fallimentare per il suo eventuale credito”. Ecco, quindi, che viene data concreta attuazione al principio della par condicio credito rum, in quanto chi subisce la revocazione del pagamento non potrà “scavalcare” gli altri creditori del fallito, ma dovrà concorrere al pari di essi nella distribuzione di quanto ricavato all’esito della procedura fallimentare.

 

Infine, è importante evidenziare che l’azione revocatoria può essere esercitata entro e non oltre i limiti temporali stabiliti dall’art. 69-bis Legge fallimentare e, cioè, entro tre anni dalla dichiarazione di fallimento e, comunque, entro cinque anni dal compimento dell'atto.

                                                                                                          Avv. Paolo Messineo

 

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Le buste paga e la prova dell'avvenuto pagamento

 

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no dei casi più frequenti che si presentano al legale che tratti la materia del diritto del lavoro è sicuramente quello del lavoratore dipendente che, pur avendo sottoscritto la c.d. “busta paga” con la formula “per ricevuta”, si lamenta del fatto che le somme indicate non sono coincidenti (quasi sempre per eccesso) con quelle effettivamente percepite.

 

In casi come questo, com’è possibile tutelare il lavoratore? È necessario partire dal dato normativo che si rinviene nell’art. 1 della Legge n. 4/1953, a mente del quale “è fatto obbligo ai datori di lavoro di consegnare, all’atto della corresponsione della retribuzione, ai lavoratori dipendenti, con esclusione dei dirigenti, un prospetto di paga in cui devono essere indicati il nome, cognome e qualifica professionale del lavoratore, il periodo cui la retribuzione si riferisce, gli assegni familiari e tutti gli altri elementi che, comunque, compongono detta retribuzione, nonché', distintamente, le singole trattenute”.

 

Prosegue il secondo comma stabilendo che “tale  prospetto  paga  deve  portare  la  firma, sigla o timbro del datore di lavoro o di chi ne fa le veci”.

 

La domanda che ci si pone è se tale documento, una volta recante la sottoscrizione del lavoratore con la formula “per ricevuta”, faccia prova della veridicità di quanto in esso contenuto o se, al contrario, il lavoratore abbia la possibilità di dimostrare il contrario.

 

Su questo tema si è pronunciata la Corte di Cassazione che, con la recente Ordinanza n. 21699 del 06/09/2018, ha confermato l’indirizzo giurisprudenziale costante sul tema, affermando il principio secondo cui la consegna del prospetto paga da parte del datore di lavoro al lavoratore non costituisce prova dell’avvenuto pagamento, prova che, pertanto, resta a carico del datore di lavoro, perché non c’è una presunzione assoluta di corrispondenza tra le somme che risultano indicate nel prospetto paga e quelle effettivamente corrisposte e percepite dal lavoratore.

 

L’onere della prova spetterà, invece, al lavoratore solo nel caso di provata regolarità della documentazione liberatoria e del rilascio di quietanze da parte del lavoratore stesso.

 

Quindi, ai fini probatori, non sono sufficienti le annotazioni contenute nel prospetto paga se il lavoratore contesta la corrispondenza delle somme indicate con quelle effettivamente corrisposte, dovendo, in siffatta ipotesi, essere il datore di lavoro a fornire la prova dei pagamenti eseguiti (Cass. n. 1150/1994).

 

Venendo allo specifico caso della sottoscrizione della busta paga con la formula “per ricevuta”, il Giudice di legittimità ha stabilito che essa prova solo l’avvenuta consegna e non anche l’effettivo pagamento, che resta – come detto – a carico del datore di lavoro (Cass. n. 6267/1998). Infatti, continua la Suprema Corte, soltanto la sottoscrizione apposta dal lavoratore sui documenti fiscali relativi alla sua posizione di lavoratore subordinato (CUD e mod. 101) costituisce quietanza degli importi indicati come effettivamente corrisposti dal datore di lavoro. In questo caso, la sottoscrizione assume il significato di accettazione del contenuto delle dichiarazioni fiscali e di conferma dei dati indicati (Cass. n. 245/2006).

 

                                                                                                        Avv. Paolo Messineo

 

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Il contratto di convivenza

 

La legge n. 76/2016, che istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso e reca la disciplina delle convivenze di fatto, rappresenta certamente una tappa fondamentale nel percorso di riconoscimento dei diritti civili in favore di coloro che si trovano in relazioni di vita affettive diverse da quelle riconducibili al tradizionale modello di famiglia basata sul matrimonio.

 

In questa sede ci occuperemo, specificamente, della disciplina delle convivenze di fatto, fenomeno dai risvolti meno “mediatici” rispetto alle unioni civili ma, forse, numericamente più consistente.

 

È opportuno iniziare dalla definizione di “conviventi di fatto” contenuta nel testo legislativo, il cui art. 36 afferma: si intendono per conviventi di fatto due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

 

Quindi, il contratto di convivenza, destinato - appunto - a dettarne la disciplina, può essere concluso solo tra persone maggiorenni tra le quali vi sia un’effettiva comunanza affettiva che si concretizzi anche nella reciproca assistenza morale e materiale.

 

È, pertanto, escluso che tale contratto possa essere sottoscritto tra due persone tra le quali non vi sia tale legale affettivo ed assistenziale.

 

Inoltre, per poter validamente sottoscrivere il contratto di convivenza, tra i soggetti interessati non devono sussistere rapporti di parentela, affinità o adozione né vincoli nascenti da matrimonio o unione civile.

 

Definito così l’ambito soggettivo di operatività del contratto di convivenza, passiamo ad esaminarne, in maniera necessariamente sintetica, l’aspetto sostanziale, per capire quali diritti e quali doveri sorgono in capo ai contraenti con la sua sottoscrizione.

 

Si è previsto, al comma n. 39, che in caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole di organizzazione delle strutture ospedaliere o di assistenza pubbliche, private o convenzionate, previste per i coniugi e i familiari.

 

Norma, questa, di fondamentale importanza, in quanto elimina i tradizionali ostacoli all’accesso alle informazioni sanitarie che, in base alla normativa sulla protezione dei dati sensibili, sarebbero opponibili ai soggetti diversi dal coniuge o dagli stretti familiari.

 

Il successivo comma n. 40, poi, dispone che ciascun convivente di fatto può designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati:

 

  a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute;

 

  b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.

 

Segue il riconoscimento di due altri importanti diritti. Il comma n. 42, infatti, prevede che “in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni”.

 

La norma tende evidentemente a tutelare il convivente superstite, sia pure per un periodo di tempo definito, dalle possibili pretese restitutorie avanzate nei suoi confronti dai familiari e/o aventi diritto del proprietario venuto a mancare.

 

Nella stessa ottica si pongono i successivi commi n. 44 e 45, a mente dei quali, rispettivamente, “nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto” e nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto.

 

Seguono altre disposizioni che attribuiscono ai conviventi di fatto diritti e facoltà in determinate ipotesi (lavoro prestato nell’impresa del convivente, possibilità di essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, applicabilità degli stessi criteri risarcitori previsti per la morte del coniuge a causa del fatto illecito del terzo).

 

Con il contratto di convivenza viene introdotta una novità “epocale” nella materia demografica in quanto, per la prima volta, un adempimento avente carattere formalmente e sostanzialmente anagrafico, quale il cambio di domicilio o di residenza che determina la comune residenza dei conviventi di fatto, si accompagna alla facoltà di individuare un regime patrimoniale che afferisce la vita in comune della coppia.

 

Il comma n. 50 dispone testualmente: i conviventi possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza.

 

Quanto ai requisiti di forma del contratto di convivenza, valevoli anche nel caso di mere modifiche ed in caso di sua risoluzione, è richiesta la forma scritta ad substantiam, ossia a pena di nullità, da soddisfarsi con ricorso ad un atto pubblico o una scrittura privata autenticata da un notaio ovvero da un avvocato, che ne devono attestare la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

 

Ai soli fini dell’opponibilità ai terzi, il professionista che ha ricevuto l’atto in forma pubblica o che ne ha autenticato la sottoscrizione deve provvedere entro i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’Anagrafe.

 

Il contenuto del contratto è indicato al comma n. 53, che ammette che lo stesso preveda: a) l’indicazione della residenza; b) le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno ed alla capacità di lavoro professionale o casalingo; c) il regime patrimoniale della comunione dei beni.

 

Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può, inoltre, essere modificato in qualunque momento nel corso della convivenza, con l’osservanza degli specifici requisiti formali di cui al comma n. 51.

 

È importante evidenziare che il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione e, nel caso in cui le parti inseriscano termini o condizioni, questi si hanno per non apposti.

 

Il comma n. 55 individua le ipotesi di nullità assoluta, stabilendo che il contratto di convivenza è affetto da nullità insanabile, che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, se viene concluso:

 

  1. in presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza;

  2. in violazione del comma n. 36 (assenza di rapporti di parentela, affinità o adozione; assenza di un legame affettivo stabile di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale);

  3. da persona minore d’età;

  4. da persona interdetta giudizialmente;

  5. in caso di condanna per il delitto di omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra persona.

 

Anche le ipotesi di risoluzione del contratto sono state rigidamente individuate dal legislatore.

 

Il contratto di convivenza si risolve innanzitutto su accordo delle parti o in caso di recesso unilaterale. In questi due casi è prescritta l’osservanza dell’obbligo di forma scritta solenne di cui al comma n. 51. Qualora il regime prescelto dai conviventi fosse quello della comunione dei beni, in caso di risoluzione si applicano le disposizioni sullo scioglimento della comunione previste dal codice civile sulla comunione legale, in quanto compatibili. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza.

 

Nel caso di recesso unilaterale da un contratto di convivenza il professionista che riceve o che autentica l’atto è tenuto, oltre che agli adempimenti di cui al comma n. 52, a notificarne copia all’altro contraente all’indirizzo risultante dal contratto. Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione. Altre cause di risoluzione espressamente individuate sono il matrimonio o l’unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed un’altra persona e la morte di uno dei contraenti.

 

In caso di cessazione della convivenza di fatto, viene riconosciuto il diritto agli alimenti per il convivente che versi in stato di bisogno e che non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. Gli alimenti sono assegnati, con provvedimento del Tribunale, per un periodo proporzionale alla durata della convivenza ed avendo riguardo allo stato di bisogno dell’alimentando ed alle condizioni economiche dell’onerato, sia pure in misura non superiore a quanto necessario per l’avente diritto.

 

                                                                                                             Avv. Paolo Messineo

 

 

 

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La revisione delle condizioni economiche della separazione

 

 

 

Il codice di procedura civile prevede l’ipotesi che, successivamente alla pronuncia di una sentenza di separazione/divorzio o al decreto di omologa nella separazione consensuale, possa essere richiesta da una delle parti la revisione delle condizioni della separazione, relative sia ai coniugi sia ai figli.

 

In particolare, l’art. 710, comma 1, c.p.c. dispone: “le parti possono sempre chiedere, con le forme del procedimento in camera di consiglio, la modificazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione”.

 

Con la sentenza che pronuncia la separazione o il divorzio, infatti, vengono adottate disposizioni accessorie, relative all’assegno di mantenimento, all’affidamento dei figli e all’assegnazione della casa coniugale, che regolano le condizioni pratiche alle quali i coniugi devono attenersi nei loro reciproci rapporti e nei riguardi della prole.

 

Caratteristica particolare di questi provvedimenti è l’idoneità a formare un giudicato rebus sic stantibus, cioè basato sulle condizioni di fatto e di diritto esistenti al momento della pronuncia. Ma, dal momento che questi provvedimenti accessori vanno a regolare situazioni e rapporti futuri, destinati a mutare nel tempo, essi sono sempre suscettibili di modifica qualora sopravvengano fatti nuovi che modifichino i presupposti sulla base dei quali il giudice, o le parti, avevano stabilito le condizioni.

 

Occorre, allora, determinare in cosa consistono esattamente i “fatti nuovi” richiesti quali presupposto per la modifica dei provvedimenti economici.

 

Intanto bisogna precisare che il passaggio in giudicato della sentenza che dispone il mantenimento impedisce di poter valutare fatti preesistenti alla pronuncia della separazione o del divorzio di cui non si era a conoscenza prima della pronuncia della sentenza o che, comunque, non siano stati presi in considerazione per qualsiasi motivo.

 

Di conseguenza, non possono giustificare una revisione dei provvedimenti la sopravvenuta conoscenza delle reali condizioni economiche dell’altro coniuge, già così esistenti prima della sentenza o, per quanto riguarda la separazione consensuale, una migliore valutazione della situazione che porti ad un ripensamento su quanto in precedenza concordato.

 

I motivi per chiedere la revisione. Nuova famiglia e convivenza more uxorio.

 

Possiamo dire che i motivi che legittimano la richiesta di revisione delle condizione economiche della separazione sono riconducibili ad un mutamento delle condizioni patrimoniali dei coniugi o ex coniugi, oggettivamente idonei a mutare l’equilibrio economico fra gli stessi stabilito dalla sentenza di separazione o divorzio, o dagli accordi tra i coniugi.

 

Uno dei motivi che, più frequentemente, inducono una delle parti a chiedere la revisione delle condizioni economiche della separazione è la creazione di una nuova famiglia o l’instaurarsi di una convivenza more uxorio. Tali eventi, infatti, comportano necessariamente l’assunzione di nuovi obblighi giuridici e di nuove spese in favore dei nuovi familiari e, pertanto, sembrerebbe iniquo non tenerne conto quale fatto sopravvenuto in grado di alterare gli equilibri economici fissati dalla sentenza di separazione o divorzio (o dagli accordi di separazione omologati) e di ridurre, almeno potenzialmente, la misura dell’assegno.

 

In giurisprudenza, tuttavia, si è affermato che tale riduzione non opera automaticamente, essendo pur sempre necessaria la valutazione dell’incidenza del nuovo carico familiare sull’equilibrio economico degli ex coniugi, anche in relazione alla capacità patrimoniale del nuovo partner.

 

Se, poi, il matrimonio contratto dall’obbligato al pagamento dell’assegno con un’altra persona, titolare di un reddito o di un patrimonio consistente, gli consentisse dei risparmi di spesa, l’ex coniuge beneficiario dell’assegno potrebbe chiederne un aumento qualora la precedente misura fossa stata stabilita in misura insufficiente a garantirgli la conservazione del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, a causa delle precarie condizioni dell’ex obbligato.

 

Diversa situazione si prospetta nel caso in cui uno dei due coniugi instauri una convivenza more uxorio con una terza persona, creando così una famiglia di fatto. A questo proposito, però, sarà necessario analizzare distintamente i possibili scenari che possono verificarsi a seconda di quale tra i due coniugi abbia instaurato la relazione di convivenza.

 

Per quanto riguarda la convivenza instaurata dal coniuge obbligato, la giurisprudenza ha escluso che questa possa avere rilevanza tale da incidere sugli oneri derivanti dalla solidarietà post-coniugale, atteso che la convivenza di fatto non impone al coniuge, separato o divorziato, che sia debitore dell’assegno, obblighi giuridici di mantenimento in favore del nuovo partner con lui convivente che possano controbilanciare quelli previsti in favore dell’altro coniuge beneficiario.

 

Per contro, la nuova convivenza condotta dal beneficiario dell’assegno è stata ritenuta rilevante circa la determinazione del quantum dello stesso. Ed infatti è stato affermato che la convivenza del coniuge beneficiario incide sulle condizioni economiche dello stesso nel caso in cui gli apporti economici del convivente in suo favore (così come i risparmi di spesa dovuti alla convivenza) siano dotati del carattere della stabilità e della continuità nel tempo.

 

Non tenere conto di questi vantaggi condurrebbe, invero, all’inopportuna conseguenza di favorire eccessivamente il coniuge beneficiario che, evitando di contrarre un nuovo matrimonio (che determinerebbe la cessazione del diritto alla percezione dell’assegno), potrebbe ingiustificatamente sommare i nuovi aiuti economici del convivente a quanto ricevuto con l’assegno.

 

Si ribadisce, comunque, che la convivenza non estingue il diritto al mantenimento, ma può portare l’obbligo all’assegno in uno stato di quiescenza, anche solo parziale, con la possibilità che, se la convivenza dovesse interrompersi, quest’obbligo possa essere fatto rivivere attraverso il procedimento di revisione.

 

L’onere della prova circa i miglioramenti economici derivanti dalla convivenza grava sul coniuge onerato, il quale dovrà, in primo luogo, dimostrare l’instaurazione di una convivenza stabile e, in secondo luogo, dare prova specifica circa il mutamento in meglio delle condizioni  economiche del beneficiario.

 

In particolare, per quanto attiene al primo onere probatorio, sarà necessario provare che con la relazione interpersonale i due conviventi intendano assumere come modello di vita quello della famiglia legittima, ovvero che basino il loro rapporto su diritti e  obblighi analoghi a quelli nascenti con il matrimonio.

 

Relativamente al secondo presupposto, invece, il coniuge interessato alla diminuzione dell’assegno dovrà, per provare il mutamento in melius delle condizioni economiche dell’avente diritto, fare riferimento ai redditi e al tenore di vita della persona con la quale il beneficiario dell’assegno convive, dai quali si può presumere che lo stesso richiedente tragga benefici economici.

 

Gli aiuti da parte della famiglia di origine e da terzi.

 

Anche gli apporti economici provenienti dalle famiglie di provenienza potrebbero, teoricamente, influire sulle condizioni patrimoniali dei coniugi, anche se il carattere precario di queste elargizioni porta tendenzialmente ad escludere che possano avere una generalizzata rilevanza nella determinazione o nella modifica della misura dell’assegno di mantenimento.

 

I miglioramenti reddituali dei coniugi.

 

Fra le circostanze che giustificano la revisione vi sono, ovviamente, le variazioni della situazione reddituale e patrimoniale di uno dei due coniugi, verificatesi successivamente alla sentenza di separazione o di divorzio.

 

Per quanto riguarda i miglioramenti dovuti ad un incremento del reddito o del patrimonio, occorrerà distinguere a seconda che l’incremento si produca in favore del coniuge obbligato o di quello avente diritto.

 

Se il miglioramento reddituale viene conseguito dal coniuge che beneficia dell’assegno, tale circostanza potrebbe determinare il venir meno del presupposto (l’incapacità di mantenere lo stesso tenore di vita goduto durante la convivenza) sulla base del quale il beneficio era stato riconosciuto; con la conseguenza che il contributo ricevuto dall’altro coniuge potrà essere cancellato totalmente o ridotto parzialmente.

 

Ma bisogna precisare che non esiste alcun automatismo tra l’incremento reddituale e la perdita (o la riduzione) del contributo economico corrisposto dall’altro coniuge: affinché ciò sia possibile, infatti, è necessario che si verifichi un’alterazione dell’equilibrio economico tra i coniugi determinato dal precedente provvedimento di concessione dell’assegno di mantenimento.

 

Più complesso è il caso in cui sia il coniuge obbligato a ricevere l’incremento reddituale.

 

Anche in questo caso, infatti, analogamente a quanto detto sopra, non c’è alcun automatismo tra incremento reddituale ed aumento della misura dell’assegno, essendo sempre necessario valutare se l’incremento abbia modificato la situazione economica complessiva e l’equilibrio tra i coniugi fissato dai precedenti provvedimenti.

 

Inoltre, una volta accertata la modifica del predetto equilibrio, sarà necessario distinguere gli incrementi idonei ad incidere sul tenore di vita matrimoniale, dai quali consegue sempre un aumento della misura dell’assegno, dagli  incrementi che, invece, non hanno tale incidenza e che determinano l’aumento dell’assegno solo a determinate condizioni.

 

Fra gli incrementi in grado di incidere sul livello del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, che rappresenta il parametro di valutazione, vanno annoverati, a titolo esemplificativo, quelli derivanti da avanzamenti di carriera nell’ambito di un lavoro subordinato, dalla percezione del TFR o dall’evoluzione di un’attività professionale, purché si tratti di attività già iniziate durante il matrimonio.

 

Tipici esempi di incrementi che, invece, non sono rilevanti nella valutazione sul tenore di vita sul quale la coppia di coniugi poteva legittimamente fare affidamento sono rappresentati dai cespiti ereditari percepiti da uno dei due coniugi successivamente alla fine della convivenza o dagli incrementi reddituali derivanti da attività lavorative iniziate successivamente alla fine della convivenza.

 

I peggioramenti reddituali dei coniugi.

 

Com’è ovvio, anche i peggioramenti reddituali subiti dai coniugi possono determinare un’alterazione dell’equilibrio economico raggiunto e legittimare, pertanto, la richiesta di revisione delle condizioni dell’assegno.

 

Le cause del peggioramento possono essere le più varie ma, senza dubbio, una tra le più frequenti è rappresentata dall’insorgere di sopravvenute esigenze sanitarie.

 

Perché possano incidere sulla misura del contributo di mantenimento occorre però che dal manifestarsi della patologia, o dall’aggravamento delle condizioni di salute, derivi un peggioramento delle capacità reddituali o patrimoniali del coniuge, impedendo o rendendo più difficile allo stesso di svolgere la propria attività lavorativa o costringendolo a notevoli esborsi per affrontare le cure mediche necessarie.

 

Analogamente, potrà comportare una variazione dell’assegno anche la sopravvenuta malattia del figlio che obblighi il genitore a sostenere le relative spese mediche.

 

Avv. Paolo Messineo

 

       

 

  

 

 

 

 

 

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Le azioni di nunciazione. La denuncia di danno temuto

 

Dopo aver esaminato la denuncia di nuova opera, tratteremo adesso della denuncia di danno temuto che, insieme alla prima, costituiscono le c.d. “azioni di nunciazione” previste dal nostro ordinamento. Esse rappresentano delle azioni cautelari finalizzate a tutelare una situazione di fatto o a prevenire un danno futuro che potrebbe ragionevolmente derivare, nel primo caso, da una nuova opera in corso di costruzione o, nel secondo caso, da un bene preesistente.

 

L’art. 1172, comma 1, c.c., che tratta la denunzia di danno temuto, testualmente dispone: “il proprietario, il titolare di altro diritto reale di godimento o il possessore, il quale ha ragione di temere che da qualsiasi edificio, albero o altra cosa sovrasti pericolo di un danno grave e prossimo alla cosa che forma oggetto del suo diritto o del suo possesso, può denunziare il fatto all’autorità giudiziaria e ottenere, secondo le circostanze, che si provveda per ovviare al pericolo”.

 

Ciò che differenzia principalmente la denuncia di danno temuto dalla denuncia di nuova opera è, quindi, la fonte del pericolo di danno. Per espressa previsione legislativa il pericolo deve derivare “da qualsiasi edificio, albero o altra cosa”, ovvero da qualsiasi costruzione o parti di essa (ad es. muri, argini, colonne, pilastri), da alberi, filari o piantagioni o, in generale, comunque, da qualsiasi bene mobile o immobile inanimato (ad es. tronchi d’albero, fossati, terreni)

 

Da un semplice raffronto letterale degli artt. 1171 e 1172 c.c. si evince, pertanto, che mentre la denuncia di nuova opera è diretta a prevenire un danno proveniente da un’attività umana in corso, la denuncia di danno temuto mira ad evitare un danno che potrebbe derivare da una cosa, a causa della sua posizione o della sua particolare conformazione.

 

Ciò non esclude che l’attività umana possa comunque venire in rilievo anche nell’ambito di tale azione di nunciazione. Essa deve, però, rivestire tutt’al più solo carattere indiretto-mediato.

 

La denuncia di danno temuto può essere, infatti, esperita contro opere sì realizzate dall’uomo non in considerazione dell’attività in sé posta in essere, bensì per il pericolo di danno che si è venuto a creare per effetto dell’opera già portata a compimento al momento della proposizione della domanda giudiziale.

 

Ciò premesso, autorevole ed attenta dottrina, con l’avallo della giurisprudenza di legittimità, ha acutamente evidenziato in una prospettiva più ampia che, in realtà, la denuncia di danno temuto presuppone pur sempre un comportamento umano antigiuridico. Trattasi, però, di un comportamento omissivo e, più precisamente, di un’omissione posta in essere da colui che, pur avendone il potere (avendo la legittima disponibilità del bene), non si sia attivato, adoperando l’ordinaria diligenza, al fine di evitare il prodursi della situazione foriera di pericolo.

 

La denuncia di danno temuto, pertanto, può essere proposta in forza del richiamo al disposto degli artt. 2051 e 2053 c.c., anche quando lo stato di pericolo sia stato provocato da eventi naturali indipendenti dalla volontà umana, o ad essa solo indirettamente legati, che hanno colpito i beni sui quali il denunciato aveva un obbligo generale di custodia e manutenzione.

 

Quale ulteriore presupposto per la denuncia di danno temuto, il legislatore richiede che il denunciante debba temere un pericolo di danno “alla cosa che forma oggetto del suo diritto o del suo possesso”.

 

L’istituto in esame postula, pertanto, un rapporto di cosa a cosa. Non solo il danno deve provenire da una cosa di disponibilità del denunciato, ma deve essere diretto a ledere una cosa in possesso del denunciante o sulla quale quest’ultimo vanta un diritto reale, con conseguente esclusione dei danni minacciati da persone o a persone.

 

Si esclude, dunque, che attraverso l’azione di cui all’art. 1172 c.c. un soggetto possa richiedere la tutela di un suo diritto personale, quale ad esempio il diritto all’incolumità fisica.

 

Termine

 

La denuncia di danno temuto, diversamente dalla denuncia di nuova opera, non è soggetta ad alcun termine particolare, salvo quello inerente alla persistenza del pericolo di danno ed al termine prescrizionale decennale.

 

Danno

 

Come per la denuncia di nuova opera, il danno di cui si ha timore non deve essere certo o già verificato, ma è sufficiente che appaia ragionevolmente verificabile attraverso l’utilizzo di criteri di diligenza media.

 

A differenza di quanto richiesto per la denuncia di nuova opera, il danno deve essere “grave e prossimo”. Per danno “grave” deve intendersi un pericolo molto serio, un danno di entità tale da deteriorare in modo preoccupante, alterare o distruggere il bene sul quale incombe il pericolo; per “prossimo” deve, invece, intendersi un danno imminente o almeno assi vicino, suscettibile di verificarsi da un momento all’altro.

 

Legittimazione passiva

 

La denuncia di danno temuto ha il fine di ottenere l’immediata rimozione della situazione di pericolo. L’azione deve essere, pertanto, promossa contro colui che, essendovi obbligato, abbia omesso di espletare l’attività necessaria per evitare l’insorgenza della situazione di pericolo.

 

È indubbio che la verifica di tale qualifica diventi particolarmente complesso nel caso in cui più soggetti abbiano un particolare rapporto con il bene foriero di pericolo. La legittimazione passiva spetterà, infatti, a seconda dei casi, al soggetto che ha la proprietà, il possesso o la legittima disponibilità della cosa denunciata. Non si esclude, comunque, sussista il concorso di più soggetti legittimati passivamente.

 

Provvedimenti di chiusura della fase cautelare

 

Rispetto all’azione di denuncia di nuova opera, il legislatore lascia al giudice, nella fase cautelare, ampio potere discrezionale. Egli  può adottare i provvedimenti che ritiene idonei ad evitare il pericolo, compresi puntellamenti, opere, demolizioni, cauzioni pecuniarie a carico del denunciante o del denunciato.

 

Avv. Paolo Messineo

 

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