Prescrizione e decadenza: concetti, differenze e applicazioni concrete.

 

Prescrizione e decadenza: concetti, differenze e applicazioni concrete.

 

Molto spesso i termini “prescrizione” e “decadenza” vengono adoperati come sinonimi, quando, invece, si riferiscono a concetti distinti. Vediamo, quindi, di chiarire il significato di questi concetti, che fanno riferimento a due istituti giuridici molto importanti.

 

Ai sensi dell’art. 2934 c.c. ogni diritto si estingue per prescrizione, quando il titolare non lo esercita per il tempo determinato dalla legge; dalla definizione normativa, pertanto, si ricava che la prescrizione è la causa di estinzione del diritto derivante dalla inattività del titolare per il tempo determinato dalla legge.

 

Il fondamento della prescrizione risiede nell’esigenza di garantire stabilità alle situazioni di fatto consolidatesi a seguito dell’inerzia del titolare del diritto protrattasi per un lungo periodo di tempo.

 

Quindi, affinché vi sia prescrizione, è necessario 1) che esista un diritto che poteva essere esercitato; 2) che il  diritto non sia stato esercitato per il tempo indicato dalla legge.

 

A questa regola si sottraggono i diritti indisponibili (es. i diritti della personalità, i diritti familiari) e gli altri diritti indicati dalla legge che, pertanto, non sono soggetti a prescrizione.

 

A mente del successivo art. 2935 c.c., la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere, ma nel caso in cui il diritto sia sottoposto a condizione sospensiva o a termine iniziale il decorso non si avvia prima che si avveri la condizione o scada il termine.

 

Il fenomeno della decadenza riguarda, invece, il compimento di un’attività che il soggetto deve svolgere entro un dato termine, decorso inutilmente il quale si verifica l’impedimento all’esercizio del relativo potere.

 

Se, quindi, l’atto è compiuto entro il termine previsto, la decadenza è evitata.

 

I termini di prescrizione.

 

Chiarita nei termini precedenti la differenza concettuale tra decadenza e prescrizione, passiamo ad esaminare i diversi termini di quest’ultima, soprattutto alla luce delle conseguenze pratiche che possono determinare.

 

Diciamo subito che la prescrizione ordinaria ha durata decennale: come prescrive l’art. 2946 c.c., infatti, salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni”.

 

Quella posta dall’art. 2946 c.c., pertanto,  è la regola generale: se un diritto non viene esercitato per dieci anni si estingue.

 

Ma, come abbiamo detto, vi sono delle eccezioni; la legge stabilisce termini di prescrizione più brevi o più lunghi rispetto a quello ordinario, con la conseguenza che i relativi diritti si estingueranno per mancato esercizio nei termini corrispondenti.

 

Ai sensi dell’art. 2947, comma 1, c.c. “il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato”; quindi, chi subisce il danneggiamento di un bene avrà a disposizione cinque anni di tempo, decorrenti dal giorno del danneggiamento, per chiederne il risarcimento.

 

Il secondo comma dello stesso articolo, però, prevede che “per il risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli di ogni specie il diritto si prescrive in due anni; è il classico caso dell’incidente automobilistico che cagiona danni a cose o persone. In questo caso si dovrà agire entro due anni dal giorno del sinistro.

 

Ancora, l’art. 2948 c.c. stabilisce che si prescrivono in cinque anni:

 

  1. le annualità delle rendite perpetue o vitalizie;

  2. il capitale nominale dei titoli di stato emessi al portatore;

  3. le annualità delle pensioni alimentari;

  4. le pigioni delle case, i fitti dei beni rustici e ogni altro corrispettivo di locazioni;

  5. gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi;

  6. le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro.

 

Come si vede, l’art. 2948 c.c. elenca una serie di ipotesi, per le quali si applica il termine di prescrizione quinquennale, molto frequenti nella vita quotidiana; basti pensare al canone di locazione di un immobile, agli interessi su una somma data in prestito o, più semplicemente, ad una fattura per un’utenza domestica come l’energia elettrica o il gas e, infine, allo stipendio e/o T.F.R. dovuti in caso di cessazione del rapporto di lavoro.

 

Ipotesi più marginali sono quelle del diritto del mediatore al pagamento della provvigione e dei diritti nascenti dal contratto di spedizione, per le quali si applica il termine di prescrizione di un anno.

 

Anche il diritto al pagamento delle rate di premio, nel contratto di assicurazione, si prescrive in un anno, decorrente dalle singole scadenze.

 

Si prescrive, invece, in sei mesi il diritto degli albergatori e degli osti per l’alloggio e il vitto che somministrano e quello di tutti coloro che danno alloggio con o senza pensione.

 

Molto importanti, sempre con riferimento alla ricorrenza che hanno nella vita quotidiana, sono le ipotesi contemplate negli artt. 2955 e 2956 c.c.

 

L’art. 2955 c.c. prevede, infatti, che si prescrive in un anno il diritto:

 

  1. degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni che impartiscono a mesi, a giorni o a ore;

  2. dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi non superiori al mese;

  3. di coloro che tengono convitto o casa di educazione e d’istruzione, per il prezzo della pensione e dell’istruzione;

  4. degli ufficiali giudiziari, per il compenso degli atti compiuti nella loro qualità;

  5. dei commercianti, per il prezzo delle merci vendute a chi non ne fa commercio;

  6. dei farmacisti, per il prezzo dei medicinali.

 

Il successivo art. 2956 c.c. stabilisce in tre anni la prescrizione del diritto:

 

  1. dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al mese;

  2. dei professionisti, per il compenso dell’opera prestata e per il rimborso delle spese correlative;

  3. dei notai, per gli atti del loro ministero;

  4. degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni impartite a tempo più lungo di un mese.

 

Computo dei termini di prescrizione.

 

Ai sensi dell’art. 2963 c.c., i termini di prescrizione si calcolano secondo il calendario comune.

 

Non si calcola il giorno nel corso del quale cade il momento iniziale del termine e la prescrizione si verifica con lo spirare dell’ultimo istante del giorno finale.

 

Se il termine scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo.

 

La prescrizione a mesi si verifica nel mese di scadenza e nel giorno di questo corrispondente al giorno del mese iniziale. Se nel mese di scadenza manca tale giorno, il termine si compie con l’ultimo giorno dello stesso mese.

 

Avv. Paolo Messineo

 

        

 

   

 

 

 

La responsabilità del docente per il danno provocato dall'alunno

 

La responsabilità del docente per il danno provocato dall’alunno.

 

È noto che le aule scolastiche, specie negli ordini di scuola più bassi (asilo e scuola elementare), siano tra i luoghi ove sovente possono verificarsi “incidenti”, più o meno gravi, che vedono protagonisti (come danneggianti e come danneggiati) i piccoli alunni che le frequentano.

 

Spesso per gioco, a volte per comportamento inopportuno, gli alunni possono provocare a sé stessi o agli altri un danno rilevante sul piano civilistico, con conseguente obbligo di risarcimento.

 

Ma chi risponde del danno cagionato dall’alunno a sé stesso o a terzi?

 

I “precettori”.

 

L’art. 2048, comma 2, c.c. dispone testualmente: i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza.

 

Diciamo subito che il termine arcaico “precettori” deve essere inteso nel significato di “insegnanti” o “maestri”; più in particolare, sono considerati precettori gli insegnanti di scuole pubbliche e private e gli istruttori sportivi, mentre si esclude che tale qualifica spetti al direttore didattico o al preside dell’istituto scolastico ed a coloro che non svolgono attività d’insegnamento (come bidelli, uscieri, inservienti).

 

L’obbligo di vigilanza.

 

L’insegnante, quindi, ha uno specifico obbligo, quello di vigilare sull’alunno affinché questi non arrechi danno a sé o a un terzo.

 

Per definire il perimetro di tale obbligo, occorre precisare che esso si differenzia nettamente da quello che il primo comma dell’art. 2048 c.c. pone a carico dei genitori o del tutore. Su questi ultimi, infatti, grava il generale obbligo di educazione, per cui essi rispondono del danno cagionato dai figli minori non emancipati o dalla persone soggette alla tutela, a meno che diano la prova di aver impartito al minore un’educazione ed un’istruzione consone alle condizioni sociali e familiari e di aver vigilato sulla condotta in misura adeguata all’ambiente, alle abitudini ed ala carattere (Cass. n. 20322/2005; Cass. n. 3088/1997, etc.).

 

La responsabilità dei precettori, invece, si fonda solamente sulla omessa vigilanza, non concernendo, pertanto, l’intero sistema educativo, al contrario di quanto accade per i genitori.

 

Il tempo della vigilanza.

 

I precettori rispondono dell’illecito commesso dagli allievi limitatamente al periodo in cui essi sono sotto la loro vigilanza.

 

La giurisprudenza ha definito tale profilo affermando che “il periodo della vigilanza non si limita a quello durante il quale si svolgono le lezioni, ma si estende anche alla  ricreazione (Trib. Firenze 24/10/2016; App. Milano 22/03/1974), alle gite scolastiche, alle ore di svago trascorse nei locali scolastici o di pertinenza della scula (Cass. n. 263/1970) fino al momento della riconsegna ai genitori all’uscita” (Cass. n. 2380/2002; Cass. n. 5424/1986).

 

Secondo Cass. n. 3081/2015 costituisce onere di chi agisce per ottenere il risarcimento la prova che l’evento dannoso si è verificato nel tempo in cui l'alunno era sottoposto alla vigilanza dell’insegnante, restando indifferente che venga invocata la responsabilità contrattuale per negligente adempimento dell’obbligo di sorveglianza o la responsabilità extracontrattuale per omissione delle cautele necessarie - suggerite dall’ordinaria prudenza, in relazione alle specifiche circostanze di tempo e di luogo - affinché, fosse salvaguardata l’incolumità dei discenti minori.

 

La legittimazione passiva nell’azione di risarcimento.

 

In base all’art. 61, L. 11.7.1980, n. 312 «la responsabilità patrimoniale del personale direttivo, docente, educativo e non docente della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato e delle istituzioni educative statali per danni arrecati direttamente all’Amministrazione in connessione a comportamenti degli alunni è limitata ai soli casi di dolo o colpa grave nell’esercizio della vigilanza sugli alunni stessi». Inoltre, il 2° comma dispone che «la limitazione di cui al comma precedente si applica anche alla responsabilità del predetto personale verso l’Amministrazione che risarcisca il terzo dei danni subiti per comportamenti degli alunni sottoposti alla vigilanza. Salvo rivalsa nei casi di dolo o colpa grave, l’Amministrazione si surroga al personale medesimo nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi».

 

In questo modo, per i danni provocati a terzi dagli alunni di una scuola pubblica, è responsabile nei confronti del danneggiato soltanto il Ministero della pubblica istruzione, mentre l’insegnante ha una responsabilità interna, in sede di rivalsa, in caso di dolo o colpa grave. La normativa si applica solo per gli insegnanti dipendenti di enti pubblici statali e non agli insegnanti dipendenti di enti pubblici non statali o di istituzioni private.

 

L’art. 61, 2° comma, L. 11/07/1980, n. 312 - nel prevedere la sostituzione dell'Amministrazione, salvo rivalsa nei casi di dolo o colpa grave, nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi - esclude in radice la possibilità che gli insegnanti statali siano direttamente convenuti da terzi nelle azioni di risarcimento danni da "culpa in vigilando", quale che sia il titolo - contrattuale o extracontrattuale – dell’azione. Ne deriva, pertanto, che l’insegnante è privo di legittimazione passiva non solo nel caso di azione per danni arrecati da un alunno ad altro alunno (nella quale sia invocata, nell'ambito di un’azione di responsabilità extracontrattuale, la presunzione di cui all’art. 2048, 2° comma), ma anche nell’ipotesi di danni arrecati dall’allievo a se stesso (ipotesi da far valere secondo i principi della responsabilità contrattuale ex art. 1218), fermo restando che in entrambi i casi, qualora l’Amministrazione sia condannata a risarcire il danno al terzo o all’alunno autodanneggiatosi, l’insegnante è successivamente obbligato in via di rivalsa soltanto ove sia dimostrata la sussistenza del dolo o della colpa grave, limite, quest'ultimo, operante verso l'Amministrazione ma non verso i terzi (C. 5067/2010; A. Roma, 12.7.2011; T. Salerno 6.9.2010; T. Bari 1.9.2010).

 

Fonte della responsabilità: contrattuale o extracontrattuale?

 

In merito alla natura della fonte della responsabilità nascente in capo all’istituzione scolastica, la giurisprudenza si divide tra la posizione che riconduce tale responsabilità alla natura contrattuale e quella che, invece, la collega al generale divieto del neminem laedere, di natura extracontrattuale. L’accoglimento dell’una o dell’altra tesi ha, ovviamente, delle notevoli ripercussioni sull’onere probatorio in quanto, se si sposa la tesi contrattuale, l’attore dovrà provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre sul convenuto graverà l’onere di dimostrare che l’evento dannoso si è verificato per causa non imputabile alla  scuola.

 

Sembra, tuttavia, preferibile la tesi accolta dalla Suprema corte di Cassazione, con Ordinanza n. 21593/2017, nella quale si afferma che “in caso di danni occorsi agli alunni durante il tempo in cui dovrebbero esser sorvegliati dal personale della scuola, si può prospettare, a carico del Ministero dell’Istruzione (come pure, in caso di scuola privata, dell'ente che la gestisce), una duplice forma di responsabilità, sia pure indiretta, esperibile contemporaneamente: a) una responsabilità contrattuale ex art. 1218, se la domanda è fondata sull’inadempimento all’obbligo specificatamente assunto di vigilare; b) una responsabilità extracontrattuale per fatti imputabili ai propri dipendenti, se la domanda è fondata sulla violazione del generale dovere di non recare danno ad altri: essa, in particolare, può attenere, da un lato, all’omissione rispetto all’obbligo di vigilanza sugli alunni minori, ex artt. 2047 e 2048, e, dall’altro, all’omissione rispetto agli obblighi organizzativi, di controllo e di custodia, ex artt. 2043 e 2051.

 

La prova liberatoria.

 

La prova liberatoria dei precettori e dei maestri d’arte ha ad oggetto il dovere di vigilanza. Il periodo di vigilanza non si limita a quello durante il quale si svolgono le lezioni, ma si estende anche alla ricreazione, alle gite scolastiche, alle ore di svago trascorse nei locali scolastici o di pertinenza della scuola. Il dovere di vigilare varia con l’età: è più rigoroso per gli insegnanti di scuola elementare, si attenua nelle scuole superiori. Il precettore si libera da responsabilità, soltanto se riesce a dimostrare che era presente e che non ha potuto materialmente impedire l'evento, dato il suo carattere imprevedibile, repentino ed improvviso. Se era assente deve provare che l’attività svolta dagli studenti era tale da non comportare alcun pericolo per loro, avuto riguardo all’età ed alla maturità media che si poteva pretendere da quegli allievi. In questo caso non potrà liberarsi se l’assenza non sia giustificata e non si sia fatto sostituire da altro personale qualificato.

 

In giurisprudenza si è affermato che la prova liberatoria per il precettore non può dirsi raggiunta in base alla sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo, ma richiede anche la dimostrazione di avere adottato, in via preventiva, le misure organizzative o disciplinari idonee ad evitare la situazione di pericolo (C. 2413/2014; C. 9542/2009; C. 2657/2003; C. 5668/2001; C. 2027/1984; A. Roma, 16.4.2012; T. Genova 21.10.2016; T. Bologna, 17.5.2012). La prova liberatoria può consistere nella dimostrazione di aver esercitato la sorveglianza con una diligenza diretta ad impedire il fatto, essendo necessario un grado di sorveglianza correlato alla prevedibilità di quanto può accadere (C. 318/1990). La prova liberatoria consiste nella dimostrazione di aver esercitato la vigilanza nella misura dovuta, e che nonostante l’adempimento di tale dovere il fatto dannoso per la sua repentinità ed imprevedibilità abbia impedito un tempestivo ed efficace intervento (C. 1683/1997; C. 894/1977). Per accertare la prevedibilità del fatto il giudice del merito deve far riferimento alla sua ripetitività e ricorrenza statistica, non astrattamente intesa, ma correlata al particolare ambiente di cui si tratta, sulla base della ragionevole prospettazione secondo cui certi eventi, già verificatisi in date condizioni, possono, al riprodursi di queste, ripetersi (C. 10723/1996).     

 

Avv. Paolo Messineo

 

        

 

   

 

 

 

Il licenziamento

 

Il licenziamento

 

Il licenziamento può essere definito come l’atto unilaterale con cui il datore di lavoro manifesta la volontà di recedere dal rapporto di lavoro che, pertanto, viene interrotto.

 

In questa sede ci occuperemo del licenziamento individuale, che va tenuto distinto dalla diversa fattispecie del licenziamento collettivo.

 

Il licenziamento individuale di un lavoratore con contratto di lavoro a tempo subordinato a tempo indeterminato può avvenire per giusta causa (ex art. 2119 c.c.) o giustificato motivo, di cui all’art. 3 Legge 604/1966.

 

Occorrerà, pertanto, esaminare specificamente le due distinte ipotesi.

 

La giusta causa di licenziamento. Nozione e casistica.

 

Ai sensi dell’art. 2119, comma 1, c.c., “ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto.

 

Secondo la teoria prevalente, la giusta causa consisterebbe nella violazione da parte del lavoratore della fiducia del datore di lavoro, posta a fondamento del rapporto stesso e riconducibile a fatti non costituenti necessariamente un inadempimento contrattuale.

 

Sotto questo profilo, pertanto, rientrerebbero nella nozione di giusta causa non solo quei comportamenti che costituiscono un grave inadempimento contrattuale, ma anche quei fatti e comportamenti estranei alla sfera del rapporto di lavoro, tali da ledere la fiducia tra le parti.

 

In generale, per la Corte di Cassazione, la nozione di giusta causa costituisce una clausola generale che deve essere integrata dalla giurisprudenza mediante la puntualizzazione di elementi di dettaglio che ne precisino il significato.

 

La giurisprudenza generalmente ritiene che i comportamenti del lavoratore nella sua vita privata siano estranei all’esecuzione della prestazione lavorativa e che, pertanto, siano normalmente irrilevanti ai fini della lesione del rapporto fiduciario che costituisce giusta causa di licenziamento, a meno che, per la loro gravità e natura, siano tali da far ritenere il lavoratore professionalmente inidoneo alla prosecuzione del rapporto.      

 

Ai fini della valutazione del comportamento del lavoratore, si dovrà tenere conto delle caratteristiche del rapporto di lavoro e in particolare, con riferimento all’elemento fiduciario, all’intensità con la quale tale comportamento è stato posto in essere, ben potendo essere irrilevante che i comportamenti addebitati al lavoratore abbiano o meno comportato un danno per il datore di lavoro (Cass. n. 16864/2006).

 

Su questa linea, infatti, la Cassazione ha recentemente affermato che il furto di modica entità è idoneo a giustificare il licenziamento per giusta causa per “il valore sintomatico che lo stesso può assumere rispetto ai futuri comportamenti del lavoratore, e quindi alla fiducia che nello stesso può nutrire l’azienda” (Cass. n. 24014/2017).

 

La violazione dell’obbligo di fedeltà può costituire giusta causa di licenziamento, come nel caso in cui il lavoratore abbia posto in essere atti volti ad avviare un’attività in concorrenza con quella del proprio datore di lavoro (Trib. Milano 23/11/2012).

 

È stata ritenuta sussistente la giusta causa di licenziamento nell’ipotesi in cui il lavoratore sia stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti con sentenza emessa in seguito a patteggiamento e divenuta irrevocabile (Trib. Perugia 31/12/1994).

 

L’assenza ingiustificata alla visita medica di controllo del lavoratore assente per malattia rileva sotto il profilo della violazione dell’obbligo - sussistente nei confronti del datore di lavoro – di sottoporsi al controllo, obbligo sanzionabile, in relazione alla gravità del caso, con il licenziamento.

 

Ancora, è stata ritenuta sussistente la giusta causa di licenziamento nell’ipotesi in cui il lavoratore abbia rivolto espressioni ingiuriose nei confronti di un dirigente, anche se in un contesto generale di particolare animosità (Cass. n. 1168/2007).

 

In una recente pronuncia, tuttavia, è stato affermato che non costituisce giusta causa “la denuncia di fatti di potenziale rilievo penale accaduti nell’azienda a condizione che non emerga il carattere calunnioso della denuncia medesima, che richiede la consapevolezza da parte del lavoratore della non veridicità di quanto denunciato e, quindi, la volontà di accusare il datore di lavoro di fatti mai accaduti o dallo stesso non commessi” (Cass. n. 17735/2017).

 

Il giustificato motivo, soggettivo e oggettivo.

 

Come detto in apertura del presente contributo, il licenziamento può essere disposto, oltre che per giusta causa, anche per giustificato motivo.

 

Ai sensi dell’art. 3 della Legge n. 604/1966, infatti, “il licenziamento per giustificato motivo con preavviso è determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”.

 

Dalla lettura della norma emerge, intanto, una prima differenza rispetto al licenziamento per giusta causa, ovvero la necessità del preavviso che il datore di lavoro deve dare al lavoratore, in mancanza del quale il datore sarà obbligato a corrispondere al lavoratore un’indennità.

 

Le ragioni che possono legittimare il licenziamento per giustificato motivo possono essere legate a motivi disciplinari che, pur non essendo così gravi da giustificare il licenziamento in tronco per giusta causa, determinano comunque “un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro”; si parlerà in questo caso di giustificato motivo soggettivo.

 

In giurisprudenza si è affermato, ad esempio, che “è legittimo il licenziamento intimato al lavoratore per scarso rendimento qualora sia provata, sulla scorta della valutazione complessiva dell’attività resa dal lavoratore stesso ed in base agli elementi dimostrati dal datore di lavoro, una evidente violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente - ed a lui imputabile - in conseguenza dell’enorme sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione per il lavoratore e quanto effettivamente realizzato nel periodo di riferimento, tenuto conto della media di attività tra i vari dipendenti ed indipendentemente dal conseguimento di una soglia minima di produzione” (Cass. Sez. Lav. n. 18678/2014 - nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva affermato la legittimità del licenziamento intimato, sul presupposto che le reiterate assenze effettuate dal lavoratore, comunicate all’ultimo momento ed "agganciate" ai giorni di riposo, determinavano uno scarso rendimento ed una prestazione lavorativa non sufficientemente e proficuamente utilizzabile per il datore di lavoro, incidendo negativamente sulla produzione aziendale).

 

Il giustificato motivo oggettivo, invece, si configura nel momento in cui esiste un’esplicita necessità dell’impresa (ad es. una crisi aziendale) e può riguardare ragioni inerenti l’attività produttiva, l’organizzazione del lavoro ed il suo regolare funzionamento.

 

Come sappiamo, la nostra Costituzione riconosce, all’art. 41, il diritto alla libertà dell’attività economica privata e, nell’esercizio di tale diritto, il datore di lavoro ben può procedere al licenziamento del dipendente quando ritiene di dover apportare delle modifiche nell’organizzazione aziendale e nell’organizzazione del suo ciclo produttivo.

 

Ma, in caso di contestazione, dovrà dimostrare l’esistenza del giustificato motivo oggettivo e, quindi, avrà l’onere di dimostrare la sussistenza delle ragioni del licenziamento, il nesso di causalità con il recesso dal rapporto di lavoro e l’impossibilità di ricollocare il dipendente presso un reparto diverso o adibirlo a mansioni diverse rispetto a quelle precedentemente svolte.

 

In una recentissima sentenza, la giurisprudenza di merito si è così espressa: “in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, per la soppressione del posto di lavoro cui era addetto il lavoratore, il datore di lavoro deve dimostrare non solo che al momento del licenziamento non sussisteva alcuna posizione di lavoro analoga a quella soppressa per l'espletamento di mansioni equivalenti, ma anche, in attuazione del principio di correttezza e buona fede, di aver prospettato al dipendente, senza ottenerne il consenso, la possibilità di un reimpiego in mansioni inferiori rientranti nel suo bagaglio professionale” (Trib. Isernia - Sez. Lav. 13/02/2108).

 

Significativa è, ancora, la seguente pronuncia: “il licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, di cui all’art. 3 della legge 15 luglio 1996, n. 604, è determinato non da un generico ridimensionamento dell’attività imprenditoriale, bensì dalla necessità di procedere alla soppressione del posto o del reparto cui è addetto il singolo lavoratore, soppressione che non può essere meramente strumentale ad un incremento di profitto, ma deve essere diretta a fronteggiare situazioni sfavorevoli non contingenti; sul datore di lavoro, pertanto, grava l’onere di dimostrare la concreta riferibilità del licenziamento individuale ad iniziative collegate ad effettive ragioni di carattere produttivo-organizzativo, e non ad un mero incremento di profitti, e l’impossibilità del reimpiego del lavoratore in altre mansioni, equivalenti a quelle esercitate in precedenza (Trib. Milano - Sez. Lav. 15/01/2018).

 

Controversie individuali di lavoro. Aspetti procedurali.

 

È necessario, a questo punto, soffermarci brevemente sui principali aspetti procedurali relativi alle controversie individuali di lavoro che, come elencato all’art. 409 c.p.c., sono quelle relative a:

 

  1. rapporti di lavoro subordinato privato, anche se non inerenti all’esercizio di una impresa;

  2. rapporti di mezzadria, di colonia parziaria, di compartecipazione agraria, di affitto a coltivatore diretto, nonché rapporti derivanti da altri contratti agrari;

  3. rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato.

  4. rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici che svolgono esclusivamente o prevalentemente attività economica;

  5. rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici ed altri rapporti di lavoro pubblico, sempreché non siano devoluti dalla legge ad altro giudice.

 

Nell’ipotesi in cui sorga una controversia relativa ad uno dei rapporti di lavoro sopra indicati, prima di adire il Giudice del Lavoro del Tribunale, sarà possibile promuovere, anche tramite l’associazione sindacale alla quale si aderisce o conferisce mandato, un previo tentativo di conciliazione innanzi alla commissione di conciliazione, istituita presso la Direzione provinciale del lavoro.

 

Il tentativo di conciliazione deve essere esperito entro il termine di 60 giorni dalla presentazione della richiesta; trascorso infruttuosamente tale termine, il tentativo di conciliazione si considera comunque espletato.

 

Se la conciliazione riesce, in quanto le parti hanno raggiunto un accordo, anche parziale, viene redatto un verbale che viene sottoscritto dalle parti medesime e dai componenti della commissione; tale verbale, su istanza della parte interessata, verrà dichiarato esecutivo dal Giudice.

 

Se, invece, la conciliazione non riesce, la commissione deve formulare una proposta per la definizione bonaria della controversia. Tale proposta può essere accettata o meno dalle parti ma, in questo secondo caso il giudice terrà conto dell’ingiustificata accettazione in sede di giudizio.

 

Esaurita la fase eventuale del tentativo di conciliazione, si può avviare la vera e propria fase contenziosa innanzi alla competente Autorità Giudiziaria.

 

L’individuazione del giudice competente per territorio avviene seguendo questi criteri: in generale, competente per territorio è il giudice nella cui circoscrizione è sorto il rapporto ovvero si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto.

 

Per le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, competente per territorio è il giudice nella cui circoscrizione ha sede l’ufficio al quale il dipendente è addetto o era addetto al momento della cessazione del rapporto.   

 

Con riferimento alle controversie in tema di estinzione del rapporto di lavoro, occorre tuttavia distinguere: quelle relative ai licenziamenti soggetti al nuovo regime sanzionatorio delineato dal D.Lgs. n. 23 del 04/03/2015 sono assoggettate al rito ordinario del lavoro; quelle invece relative ai licenziamenti sottoposti al vecchio regime sanzionatorio dell’art. 18 L. 300/1970 ne sono escluse dovendosi applicare un rito specifico, il cd. rito Fornero.

 

Il rito ordinario del processo del lavoro.

 

Le controversie relative ad un licenziamento avvenuto per atti discriminatori di cui all’art. 15 L. 300/1970 o riconducibile ai casi di nullità previsti dalla legge o, ancora, inefficace perché intimato in forma orale seguono il rito ordinario del processo del lavoro.

 

Questo viene introdotto con ricorso, contenete l’indicazione del giudice e delle parti, l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto su cui si fonda la domanda, la determinazione dell’oggetto della domanda, l’indicazione dei mezzi di prova di cui il ricorrente intende avvalersi e, in particolare, dei documenti che offre in comunicazione.

 

Depositato il ricorso, viene fissata la data della prima udienza; il convenuto deve costituirsi nei dieci giorni che la precedono mediante il deposito di una memoria difensiva, contenente l’indicazione dei mezzi di prova di cui intende avvalersi e, in particolare, dei documenti che offre in comunicazione.

 

All’udienza fissata per la discussione il giudice interroga liberamente le parti presenti, tentando la conciliazione della lita attraverso la formulazione di una proposta transattiva o conciliativa.

 

Se la conciliazione riesce, viene redatto un verbale che ha efficacia di titolo esecutivo. Se, viceversa, la conciliazione non riesce, il giudice può invitare le parti alla discussione della causa o, se queste ne hanno fatto richiesta, fissa una successiva udienza per l’assunzione dei mezzi di prova. Il rito ordinario si chiude, infine, con la pronuncia della sentenza.

 

Il rito c.d. “Fornero”.

 

Il rito Fornero è stato introdotto dalla omonima Legge n. 92/2012 che prevede un’apposita procedura per l’impugnazione del licenziamento di cui all’art. 18 della Legge n. 300/1970 (c.d. “Statuto dei lavoratori”.

 

Si tratta di una procedura molto snella e semplificata, ispirata al principio della celerità, che viene introdotta, anche in questo caso, dal ricorso presentato innanzi al Giudice del lavoro.

 

Quest’ultimo fissa l’udienza entro quaranta giorni dal deposito del ricorso che, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, deve essere notificato, a cura del ricorrente, entro il termine fissato dal giudice e, comunque, entro i venticinque giorni antecedenti l’udienza.

 

Come già detto, l’intenzione del legislatore è stata quella di creare un processo celere. Ciò lo si può ricavare dal tenore letterale del comma 49, dello stesso articolo 1, della predetta legge 92/2012. Dispone infatti tale norma che “il giudice, sentite le parti e omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione indispensabili richiesti dalle parti o disposti d’ufficio ai sensi dell’art. 421 c.p.c., e provvede, con ordinanza immediatamente esecutivaall’accoglimento o al rigetto della domanda.” Questo è dunque il provvedimento con cui termina la prima fase.

 

Contro questa ordinanza (sia essa di rigetto o di accoglimento), il comma 51 prevede la possibilità di proporre opposizione con ricorso “da depositare innanzi al Tribunale che ha emesso il provvedimento opposto. Tale ricorso deve contenere quanto dispone l’art. 414 c.p.c., e deve essere depositato, “a pena di decadenza, entro 30 giorni dalla notificazione del provvedimento opposto (cioè l’ordinanza con cui nella prima fase il giudice ha rigettato o accolto la domanda) o dalla comunicazione se anteriore.

 

Avv. Paolo Messineo

 

        

 

   

 

 

 

L'invalidità civile

 

L’invalidità civile

 

Premessa.

 

Il nostro sistema costituzionale prevede delle norme specifiche dettate a tutela di coloro che, a causa della loro condizione di inabilità, non sono in condizione di provvedere autonomamente al proprio sostentamento.

 

Precisamente, l’art. 2 Cost. richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà economica e sociale, mentre l’art. 38, comma 1, Cost. prevede che ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.

 

Nell’ambito della tutela delineata, già a livello costituzionale, si inseriscono le prestazioni economiche che vengono riconosciute, a prescindere dall’attività lavorativa, in favore degli invalidi civili.

 

L’invalidità civile.

 

È necessario, quindi, definire preliminarmente il concetto di invalidità civile e di invalido civile.

 

Ai sensi dell’art. 2, comma 2, Legge 30/03/1971 n. 118, si considerano invalidi civili i soggetti affetti da minorazioni congenite o acquisite, anche a carattere progressivo che abbiano subìto una riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore ad un terzo o, se minore degli anni 18, che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età.

 

Invalidi civili possono essere i cittadini italiani residenti in Italia o i cittadini comunitari o extracomunitari ma titolari della carta di soggiorno o del permesso di soggiorno.

 

L’assegno di invalidità civile. Requisiti, limiti e importo.

 

L’assegno di invalidità civile è una provvidenza economica riconosciuta ai mutilati ed agli invalidi civili di età compresa tra i 18 ed i 66 anni e 7 mesi, nei cui confronti sia stata accertata un’invalidità civile ricompresa tra il 74% ed il 99%.

 

Trattasi di un sostegno a carattere assistenziale, cioè slegato da un rapporto assicurativo e contributivo del beneficiario, per usufruire del quale è necessario il rispetto di determinati requisiti reddituali. Specificamente, il soggetto che voglia usufruire dell’assegno di invalidità civile non deve superare il limite di reddito annuo fissato, per l’anno 2018, in € 4.853,29, per la cui valutazione rilevano i redditi di qualsiasi natura calcolati ai fini IRPEF al lordo degli oneri deducibili e delle ritenute fiscali.

 

Non entra quindi nella valutazione del reddito l'importo stesso dell’assegno mensile, le rendite Inail, le pensioni di guerra, l'indennità di accompagnamento. Al riguardo occorre ricordare che anche la casa di abitazione è stata recentemente dispensata dalla valutazione del reddito. La valutazione del reddito deve essere effettuata nei confronti del solo percettore del sostegno economico e non, anche, del coniuge o degli altri familiari. La corresponsione dell'assegno avviene sempre in misura piena se è soddisfatto il predetto requisito reddituale (e non è prevista l'attribuzione in misura parziale in caso di superamento del reddito).

 

La prestazione è concessa per 13 mensilità con decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello della presentazione della domanda per l’accertamento dell’invalidità, non è reversibile ai superstiti ed è pari, per il 2018, ad € 282,55 al mese e non è soggetta al prelievo Irpef.

 

Compatibilità con altre prestazioni di invalidità e con attività lavorativa.

 

L’assegno di invalidità non è cumulabile con qualsiasi prestazione a carattere diretto concessa a seguito di invalidità contratte per causa di guerra, di lavoro o di servizio e con prestazioni erogate dall’INAIL. Invece non è incompatibile con il diritto alla pensione anticipata di vecchiaia, riconosciuto in favore dei soggetti con un’invalidità pari almeno all’80%, trattandosi di prestazioni che possono coesistere e operando solo una deroga ai limiti di età rispetto ai normali tempi di perfezionamento del diritto al trattamento di vecchiaia.

 

Questione diversa riguarda la possibilità per il beneficiario dell’assegno mensile di svolgere attività lavorativa giacché, tra le condizioni per il conseguimento dell'assegno, l’articolo 3 della legge 118/1971, richiede che l’interessato non svolga alcuna attività né di natura subordinata né autonoma. A tal fine il titolare dell’assegno deve trasmettere annualmente all’INPS una autocertificazione nella quale dichiari di non svolgere attività lavorativa. Qualora tale condizione venga meno, lo stesso beneficiario è tenuto a darne tempestiva comunicazione all'INPS. Nonostante il generale divieto appena indicato la prassi amministrativa INPS ritiene che la percezione di un reddito da lavoro inferiore al limite stabilito dalla norma (4.800 euro annui) per il riconoscimento dell’assegno di invalidità, non configura uno svolgimento di attività lavorativa e, pertanto, l’interessato possa comunque ottenere il beneficio (cfr. Messaggio Inps 3043/2008;).

 

Riepilogando, i requisiti per richiedere ed ottenere l’assegno mensile di invalidità possono così sintetizzarsi:

 

  • età compresa tra i 18 ed i 66 anni e 7 mesi;

  • cittadinanza italiana o, per i cittadini extracomunitari, possesso del permesso di soggiorno;

  • riconoscimento di una percentuale di invalidità compresa tra il 74% ed il 99%;

  • non svolgimento di attività lavorativa;

  • percezione di reddito compreso entro i limiti determinati annualmente.

 

Il procedimento di accertamento dell’invalidità.

 

Il processo di riconoscimento dell’invalidità si articola in una fase sanitaria e in fase amministrativa.

 

La prima è diretta ad accertare il grado di invalidità civile in base alle minorazioni di cui è affetto il soggetto richiedente; la seconda è diretta, previa verifica dei requisiti amministrativi stabiliti dalla normativa vigente, alla concessione dei benefici che la legge riserva ai cittadini in relazione allo stato invalidante riconosciuto.

 

Senza entrare eccessivamente nei tecnicismi, possiamo delineare in estrema sintesi l’iter da seguire per presentare la domanda per il riconoscimento dello stato di invalidità civile (che vale anche per la cecità, la sordità, la disabilità e l’handicap).

 

Il cittadino che intenda presentare la relativa domanda deve recarsi presso un medico abilitato alla compilazione telematica del certificato medico introduttivo che attesti le infermità invalidanti e che contiene, oltre ai dati anagrafici del richiedente, i dati clinici e la diagnosi.

 

Completata l’acquisizione del certificato, viene generata una ricevuta contenente il numero del certificato, che il richiedente dovrà riportare nella domanda per abbinare i due documenti (domanda e certificato) e, ovviamente, il certificato introduttivo in originale, che dovrà essere esibito al momento della visita medica.

 

Il sistema proporrà una data per la visita medica, che dovrà avvenire entro 30 giorni dalla presentazione della domanda, per le visite ordinarie; entro 15 giorni per le patologie oncologiche.

 

Una volta definita la data di convocazione, l’invito a visita sarà comunicato con lettera raccomandata A/R all’indirizzo indicato nella domanda e alla email eventualmente comunicata.

 

La visita viene sostenuta presso la Commissione medica Asl, integrata dal medico Inps, che, dopo avere effettuato la visita, redige il relativo verbale medico in formato elettronico.

 

L’accertamento  sanitario si conclude con la manifestazione di un giudizio medico-legale che potrà essere espresso all’unanimità dei componenti della Commissione integrata dal medico Inps, oppure a maggioranza dei componenti della Commissione.

 

Nel caso di giudizio espresso all’unanimità, il verbale viene sottoposto alla valutazione del Responsabile del Centro Medico Legale territorialmente competente per la validazione, ottenuta la quale il verbale viene trasmesso al domicilio del cittadino richiedente e, nel caso in cui vengano riconosciuti anche benefici economici, viene attivato il flusso amministrativo per l’erogazione degli stessi.

 

Nel caso di giudizio espresso a maggioranza, l’Inps sospende l’invio del verbale ed acquisisce dalla Asl la documentazione sanitaria. Il Responsabile del Centro Medico Legale competente per territorio potrà validare il verbale o disporre una visita da parte della Commissione medica, integrata dalla presenza di un medico rappresentante delle associazioni di categoria e dall’operatore sociale nei casi previsti dalla legge.

 

Anche in questo caso, la procedura si conclude con l’invio del verbale al domicilio del richiedente.

 

Il ricorso contro l’accertamento dell’invalidità civile, della disabilità e dell’handicap.

 

Il verbale delle Commissioni che riconosce o nega l’invalidità civile (ma anche la disabilità o l’handicap) può essere impugnato nel termine di 180 giorni con ricorso avanti al Giudice del Lavoro del Tribunale.

 

Tuttavia, prima di investire della controversia la predetta Autorità Giudiziaria, sarà necessario esperire l’accertamento tecnico preventivo obbligatorio (A.T.P.), introdotto dalla Legge n. 111/2011.

 

Lo scopo di questo procedimento è quello di procedere ad una verifica preventiva della sussistenza delle condizioni sanitarie addotte a sostegno delle pretese che si intendono far valere in giudizio (riconoscimento dell’invalidità civile / cecità civile / sordità civile / handicap / disabilità e riconoscimento della pensione di inabilità e dell’assegno di invalidità), con la conseguenza che l’espletamento del suddetto accertamento diventa condizione di procedibilità della domanda.

 

Ciò significa che se l’interessato propone un giudizio ordinario per il riconoscimento dell’invalidità civile senza aver preventivamente promosso l’accertamento tecnico o senza averne atteso l’esito, il giudice rileverà d’ufficio il vizio, assegnando alle parti un termine di 15 giorni per la presentazione della domanda di A.T.P. o per il completamento dello stesso.

 

Seguirà la nomina, da parte del giudice, di un Consulente Tecnico d’Ufficio (C.T.U.) che effettuerà la visita medica e che redigerà una relazione con le conclusioni sull’esito della visita.

 

Tale relazione sarà oggetto delle eventuali osservazioni e/o contestazioni delle parti costituite ma, in assenza di contestazioni, il giudice omologherà l’accertamento sanitario secondo le risultanze del C.T.U. ed il relativo decreto verrà notificato agli enti competenti che, in caso di giudizio favorevole, provvederanno al pagamento delle provvidenze entro 120 giorni dalla notifica.

 

Avv. Paolo Messineo

 

        

 

   

 

 

 

La c.d. "legittima" e l'azione di riduzione

 

La c.d. “legittima” e l’azione di riduzione

 

Cos’è la legittima?

 

Com’è noto, alla morte di ogni individuo si verifica il fenomeno della successione, in virtù del quale il patrimonio del de cuius si devolve ai suoi eredi, affinché i beni che lo compongono abbiano sempre un titolare certo.

 

Come dispone l’art. 457, comma 1 c.c., “l’eredità si devolve per legge o per testamento”; più precisamente, se chi muore ha lasciato un testamento valido, la successione avverrà secondo le disposizioni di esso (fatti salvi i limiti imposti dalla legge); in mancanza, avverrà secondo le disposizioni di legge.

 

L’art. 536, comma 1 c.c. stabilisce che “le persone, a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione sono: il coniuge, i figli, gli ascendenti”.

 

Dalla norma si ricava, quindi, che la c.d. “legittima” è la quota di eredità riservata per legge a determinate categorie di successibili, individuate nel coniuge, nei figli e negli ascendenti che, per questo, vengono anche chiamati “legittimari”.

 

La finalità di tale previsione normativa è quella di impedire che, per mezzo di disposizioni testamentarie, possa essere pregiudicato il diritto dei familiari più prossimi a ricevere una porzione del patrimonio del de cuius che, pertanto, potrà validamente disporre del suo patrimonio solo per la parte eccedente la quota di riserva.

 

La legge stabilisce in maniera precisa l’entità della legittima, che varia in relazione al numero ed alla categoria di eredi; per schematizzare, possiamo individuare così le ipotesi più rilevanti:

 

 

 

Successione solo di uno o più figli

 

  • se il genitore lascia un figlio solo, a questi è riservata la metà del patrimonio;

  • se il genitore lascia più figli, è loro riservata la quota dei due terzi, da dividersi in parti uguali tra tutti i figli;

 

Successione di coniuge e figli

 

  • se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, a quest’ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge;

  • quando i figli sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la metà del patrimonio (da dividere in parti uguali tra loro) ed al coniuge spetta un quarto del patrimonio del defunto;

 

Successione di ascendenti e coniuge

 

  • quando chi muore non lascia figli, ma ascendenti ed il coniuge, a quest’ultimo è riservata la metà del patrimonio, ed agli ascendenti un quarto.

 

 

 

È necessario ricordare che, per effetto del D. Lgs. 28/12/2013 n. 154, la distinzione tra figli legittimi e figli naturali è stata abolita, cosicché i criteri di ripartizione della quota di legittima sopra individuati trovano applicazione nei confronti sia dei figli nati in costanza di matrimonio sia di quelli nati al di fuori di esso.

 

L’azione di riduzione.

 

Una volta individuati i criteri che stabiliscono la misura della quota di riserva in favore dei legittimari, occorre chiedersi cosa succede nel caso (invero non infrequente) in cui si apra una successione testamentaria con la quale il testatore abbia ecceduto la quota di patrimonio di cui poteva validamente disporre (detta, appunto, “disponibile”), intaccando la quota di riserva di uno o più legittimari.

 

Il codice civile offre al legittimario che ritenga di essere avere subìto una lesione della sua quota di riserva l’azione di riduzione delle disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il defunto poteva disporre, disciplinata dagli artt. 553 ss. c.c.

 

Innanzitutto, è necessario verificare preliminarmente se vi sia stata una effettiva lesione della legittima e, a tal fine, occorre determinare - ai sensi dell’art. 556 c.c. – l’ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre.

 

La norma dispone di formare una massa (la c.d. “massa ereditaria”) di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, da cui sottrarre i debiti.

 

Poiché il defunto avrebbe potuto disporre di alcuni beni in vita mediante donazione, la norma impone di riunire fittiziamente alla massa ereditaria i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione.

 

Una volta formato in tal modo l’asse ereditario, su quest’ultimo viene calcolata la quota di cui il defunto poteva liberamente disporre.

 

L’azione di riduzione delle donazioni e delle disposizioni testamentarie lesive della porzione di legittima può essere domandata solo dai legittimari o dai loro eredi o aventi causa.

 

La riduzione delle disposizioni testamentarie avviene proporzionalmente, senza distinguere tra eredi e legatari, affinché tra le disposizioni ridotte sia conservata la stessa proporzione di valore voluta dal testatore.

 

La riduzione delle donazioni, invece, avviene iniziando dall’ultima e risalendo via via alle anteriori.

 

L’art. 561 c.c., poi, stabilisce che “gli immobili restituiti in conseguenza della riduzione sono liberi da ogni peso o ipoteca di cui il legatario o il donatario può averli gravati…I pesi e le ipoteche restano efficaci se la riduzione è domandata dopo venti anni dalla trascrizione della donazione…”. In quest’ultimo caso, tuttavia, è fatto obbligo al donatario di compensare in denaro i legittimari in ragione del minor valore dei beni, purché la domanda sia stata proposta entro il termine di dieci anni dall’apertura della successione.  

 

Avv. Paolo Messineo

 

        

 

   

 

 

 

Il pignoramento presso terzi dello stipendio o della pensione

 

Cos’è il pignoramento presso terzi.

 

Il pignoramento presso terzi è una delle forme che può assumere l’esecuzione forzata nei confronti del debitore inadempiente.

 

La caratteristica di tale procedimento esecutivo, disciplinato dagli artt. 543 e seguenti c.c., è quella di avere ad oggetto crediti del debitore verso terzi o cose del debitore in possesso di terzi e, quindi, presuppone un rapporto trilaterale in cui un soggetto è debitore nei confronti di chi agisce esecutivamente e, al tempo stesso, creditore nei confronti di un terzo.

 

L’azione esecutiva viene indirizzata verso il terzo che, pur rimanendo estraneo all’esecuzione, ne è coinvolto poiché è in possesso di cose appartenenti al debitore o perché quest’ultimo vanta un credito nei suoi confronti (per questo motivo il terzo viene anche chiamato “debitor debitoris”).

 

Per fare un esempio, se Tizio è creditore di Caio e Caio, a sua volta, è creditore di Sempronio perché, quale suo dipendente, ha diritto alla retribuzione mensile, Tizio potrà pignorare nei confronti di Sempronio la retribuzione che questi deve corrispondere a Caio, sino alla soddisfazione del suo credito.

 

I crediti impignorabili

 

Non tutti i crediti sono pignorabili ed alcuni lo sono soltanto in una certa misura.

 

Ai sensi dell’art. 545, comma 1 c.p.c., infatti, “non possono essere pignorati i crediti alimentari, tranne che per cause di alimenti, e sempre con l’autorizzazione del presidente del tribunale o di un giudice da lui delegato e per la parte dal medesimo determinata mediante decreto”.

 

Ricordiamo, in proposito, che per “alimenti” si intendono l’assistenza materiale o le prestazioni economiche cui ha diritto chi si trovi in stato di bisogno, esigibili nei confronti di persone cui sia legato da vincoli di parentela, adozione o affinità.

 

Ancora, il comma 2 del predetto articolo pone un divieto assoluto di pignorabilità per i crediti aventi ad oggetto sussidi di grazia o di sostentamento a persone comprese nell’elenco dei poveri, oppure sussidi dovuti per maternità, malattie o funerali da casse di assicurazione, da enti di assistenza o da istituti di beneficenza.

 

Il pignoramento dello stipendio

 

Affrontiamo adesso il tema centrale del presente contributo: il pignoramento dello stipendio e/o della pensione.

 

Per quanto riguarda lo stipendio, il codice dispone che “le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate per crediti alimentari nella misura autorizzata dal presidente del tribunale o da un giudice da lui delegato” (art. 545, comma 3 c.p.c.).

 

“Tali somme possono essere pignorate nella misura di un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, ed in egual misura per ogni altro credito” (art. 545, comma 4 c.p.c.).

 

Le norme sopra richiamate, quindi, fissano la misura del pignoramento dello stipendio, diversificandola a seconda che il credito abbia natura alimentare (facendola coincidere, in questo caso, in quella autorizzata dal presidente del tribunale) ovvero abbia ad oggetto tributi dovuti allo Stato, alle province o ai comuni: in quest’ultimo caso, infatti, lo stipendio potrà essere pignorato nella misura di un quinto.

 

Il pignoramento della pensione

 

Il pignoramento della pensione è disciplinato dal comma 7 dell’art. 545 c.p.c. in questi termini: “le somme da chiunque dovute a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà”.

 

Come si vede, la norma pone un limite preciso alla pignorabilità della pensione o delle altre indennità ad essa equiparate, assumendo come riferimento l’importo dell’assegno sociale aumentato della metà.

 

Tale importo non è sempre fisso, ma viene determinato ogni anno dall’Inps che, per il 2018, lo ha determinato in € 453,00.

 

Il motivo di tale scelta risiede nell’esigenza di garantire comunque al debitore il c.d. “minimo vitale”, cioè una somma che possa permettere in ogni caso di soddisfare i bisogni primari ed essenziali di ogni individuo.

 

Alla luce di tale previsione, pertanto, il pignoramento della pensione potrà avvenire solo per la parte che eccede l’importo dell’assegno sociale, aumentato della metà: tale eccedenza potrà essere pignorata nella misura autorizzata dal presidente del tribunale, se trattasi di credito alimentare; nella misura di un quinto, invece, per tutti gli altri crediti.

 

Il momento dell’accredito sul conto corrente

 

Nel 2015 il legislatore ha introdotto, nel testo dell’art. 545 c.p.c., il comma 8 che pone una fondamentale distinzione relativa al momento in cui le somme dovute al debitore a titolo di stipendio o pensione vengono accreditate sul suo conto corrente.

 

La norma distingue, infatti, l’ipotesi in cui l’accredito ha luogo prima del pignoramento da quella in cui, invece, ha luogo alla data di esso o successivamente, ricollegando a ciascuna di esse un diverso limite alla pignorabilità stessa.

 

Se l’accredito ha luogo prima del pignoramento, le relative somme potranno essere pignorate per un importo eccedente il triplo dell’assegno sociale; se, invece, l’accredito si verifica alla data del pignoramento o successivamente ad esso, si applicheranno i limiti già individuati, ovvero la misura autorizzata dal presidente del tribunale per i crediti alimentari, il limite di un quinto per tutti gli altri crediti.

 

Pluralità di pignoramenti

 

È molto frequente l’ipotesi in cui uno stipendio o una pensione siano oggetto di più pignoramenti oppure l’ipotesi in cui ad una cessione volontaria del quinto (conseguente di solito ad un finanziamento) si aggiunga un pignoramento presso terzi.

 

Cosa succede in questi casi? Fino a che limite è possibile aggredire lo stipendio o la pensione?

 

La legge prevede che “il pignoramento per il simultaneo concorso delle cause indicate precedentemente non può estendersi oltre la metà dell’ammontare delle somme predette” (art. 545, comma 5 c.p.c.).

 

Facciamo un esempio: Tizio ha uno stipendio di € 1.000,00, sul quale opera una cessione volontaria del quinto (€ 200,00); successivamente, lo stesso stipendio viene pignorato, con una trattenuta mensile di altri € 200,00. Le trattenute totali ammontano complessivamente ad € 400,00, somma inferiore alla metà (€ 500,00) dello stipendio netto, e sono, pertanto, entrambe legittime.   

 

Avv. Paolo Messineo

 

Gli oneri condominiali.

 

Gli oneri condominiali

 

Cosa sono e perché è necessario pagare.

 

Può sembrare scontato, ma è comunque opportuno ricordare che con l’espressione “oneri condominiali” si fa riferimento alle somme che ciascun condomino è chiamato a versare per assicurare il funzionamento e la corretta gestione del condominio.

 

È ovvio, infatti, che il condominio necessita di acquistare beni e servizi (in primis le forniture per le utenze idriche, elettriche e - per i condomini che sono ancora dotati di impianto centralizzato - il combustibile per il riscaldamento) per assicurare il regolare funzionamento degli impianti a servizio delle parti comuni e l’erogazione di altri servizi, quali quello di pulizia.

 

Il fondamento normativo dell’obbligo di contribuzione dei condomini si rinviene nell’art. 1123 c.c., secondo cui “le spese necessarie per la conservazione e per il godimento delle parti comuni dell’edificio, per la prestazione dei servizi nell’interesse comune e per le innovazioni deliberate dalla maggioranza sono sostenute dai condomini in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno, salvo diversa convenzione.

 

Quello appena esposto, dunque, rappresenta non solo il fondamento dell’obbligo contributivo ma anche il criterio generale di ripartizione degli oneri condominiali, cui il terzo comma dello stesso art. 1123 pone una deroga, stabilendo che “qualora un edificio abbia più scale, cortili, lastrici solari, opere o impianti destinati a servire una parte dell’intero fabbricato, le spese relative alla loro manutenzione sono a carico del gruppo di condomini che ne trae utilità.

 

Chi risponde delle obbligazioni assunte dal condominio?

 

Come detto in apertura del presente contributo, ogni condominio, per il suo normale e corretto funzionamento, assume obblighi con fornitori di beni e servizi i quali, dal loro canto, vantano nei confronti del condominio un relativo diritto di credito.

 

Ora, nessun problema - evidentemente - se tutti i partecipanti al condominio contribuiscono alle spese, versando regolarmente la quota di propria spettanza; il problema sorge (purtroppo con molta frequenza) nell’ipotesi in cui uno o più condomini non effettuino i pagamenti dovuti, rendendosi, in tal modo, morosi.

 

Per andare subito al cuore della questione, la domanda che ci si pone è se del debito che il condominio ha assunto verso un terzo possano essere chiamati a rispondere tutti indistintamente i condomini (compresi quelli in regola con i pagamenti) o, viceversa, solo quelli che non hanno pagato le quote di loro spettanza.

 

Per dare una risposta a tale domanda, dovremo affrontare - in estrema sintesi – il tema della natura giuridica delle obbligazioni condominiali, così come si è delineato nell’evoluzione giurisprudenziale.

 

Quelle condominiali sono state tradizionalmente considerate come obbligazioni soggettivamente complesse in virtù della presenza di molteplici debitori (i condomini) e, per le obbligazioni di questo tipo, la regola è quella della solidarietà dal lato passivo.

 

L’art. 1294 c.c. (ispirato alla tutela delle ragioni del creditore) infatti, stabilisce che “i condebitori sono tenuti in solido, se dalla legge o dal titolo non risulta diversamente”.

 

In virtù della solidarietà, pertanto, il creditore può pretendere l’adempimento dell’obbligazione per l’intero da uno qualsiasi tra i debitori (individuato, solitamente, tra quello ritenuto economicamente più affidabile), fatto salvo il diritto di rivalsa di quest’ultimo nei confronti degli altri condebitori.

 

Con la famosa sentenza n. 9148/2008 le Sezioni Unite della Cassazione, disattendendo la tradizionale tesi della solidarietà delle obbligazioni condominiali, hanno sposato l’orientamento - sino ad allora minoritario - secondo cui le predette obbligazioni seguono la regola della parziarietà per la quale, se più sono i debitori, il creditore potrà pretendere da ciascuno di loro il pagamento solo della quota di sua competenza.

 

La naturale conseguenza di tale pronunciamento era la necessità, per il creditore (ad es. un fornitore di beni o servizi in favore del condominio), di dover chiedere l’adempimento pro quota della prestazione a ciascun condebitore ed, eventualmente, di instaurare un procedimento giudiziario nei confronti di ciascuno di essi, con evidente aggravio in termini di costi e di tempo.

 

Con la Legge n. 220/2012, recante “Modifiche alla disciplina del condominio negli edifici”, il legislatore ha inflitto un duro colpo al principio di diritto espresso nella pronuncia delle Sezioni Unite del 2008, incidendo profondamente sull’art. 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile.

 

Il secondo comma di tale norma, dopo la legge di modifica, infatti recita: “I creditori non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti, se non dopo l’escussione degli altri condomini.

 

Ciò significa che il creditore dovrà prima chiedere il pagamento della loro quota ai condomini insolventi e, solo dopo l’esito infruttuoso delle azioni giudiziarie esperite nei confronti dei morosi, potrà chiedere ai condomini in regola con il pagamento quanto ancora dovuto dai primi.

 

Come si vede, la soluzione scelta dal legislatore del 2012 rappresenta un compromesso tra due opposte esigenze: da un lato, quella di non penalizzare eccessivamente il creditore costringendolo a chiedere il pagamento pro quota a ciascun condomino; dall’altro, l’esigenza di tutelare la correttezza e la puntualità dei condomini virtuosi che, avendo adempiuto regolarmente la loro obbligazione di pagamento, possono essere chiamati a rispondere in solido del mancato adempimento di uno o più condomini solo dopo che il creditore si sia rivolto a questi ultimi.

 

Altri strumenti di tutela del terzo introdotti dalla riforma del 2012.

 

Quella sopra esposta non è l’unica novità introdotta dalla legge di riforma del condominio varata nel 2012.

 

Il legislatore, infatti, ha predisposto altri strumenti normativi a tutela dei terzi che vantino dei crediti nei confronti di un condominio.

 

L’art. 63 disp. att. c.c., al comma 1, dispone: “Per la riscossione dei contributi…l’amministratore, senza bisogno di autorizzazione (dell’assemblea) può ottenere un decreto di ingiunzione immediatamente esecutivo, nonostante opposizione, ed è tenuto a comunicare ai creditori non ancora soddisfatti che lo interpellino i dati dei condomini morosi”.

 

Prosegue il terzo comma: “In caso di mora nel pagamento dei contributi che si sia protratta per un semestre, l’amministratore può sospendere il condomino moroso dalla fruizione dei servizi suscettibili di godimento separato”.

 

Il quarto comma aggiunge: “Chi subentra nei diritti di un condomino è obbligato solidalmente con questo al pagamento dei contributi relativi all’anno in corso e a quello precedente”.

 

Chiude, infine, l’ultimo comma dell’art. 63 disp. att. c.c.: “Chi cede diritti su unità immobiliari resta obbligato solidalmente con l’avente causa per i contributi maturati fino al momento in cui è trasmessa all’amministratore copia autentica del titolo che determina il trasferimento del diritto”.

 

Da ultimo, è necessario ricordare come la legge di riforma abbia modificato l’art. 1135 c.c., prevedendo, tra le attribuzioni dell’assemblea dei condomini, l’obbligatoria costituzione di un fondo speciale per l’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria, di importo pari all’ammontare dei lavori.

 

È previsto che se i lavori devono essere eseguiti in base ad un contratto che ne prevede il pagamento graduale in funzione del loro progressivo stato di avanzamento, il fondo può essere costituito in relazione ai singoli pagamenti dovuti.

 

Avv. Paolo Messineo

 

        

 

   

 

 

 

La responsabilità dell'ente proprietario della strada.

Il tema oggetto del presente contributo è, senz'altro, uno dei più dibattuti e controversi e notevole fonte di contenzioso.

Sempre più spesso, infatti, capita di subire un danno (anche di rilevante entità) mentre percorriamo una strada, sia a piedi che con un veicolo, a causa delle cattive condizioni del manto stradale o per la presenza di oggetti o animali sulla sede stradale.

Se, a causa di una buca nell'asfalto, cadiamo riportando una lesione o se, alla guida dell'auto, un animale attraversa improvvisamente la strada rendendo inevitabile l'impatto con il nostro mezzo, chi risponde dei relativi danni? E a che titolo?

 

L'art. 2051 c.c. nella lettura della giurisprudenza.

 

La norma che viene solitamente richiamata nelle ipotesi sopra descritte è l'art. 2051 c.c. ("Danno cagionato da cose in custodia"), a norma del quale "ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito".

Precisiamo, intanto, che il termine "custodia" adoperato dalla norma in commento non si riferisce alla custodia nel senso contrattuale del termine, ma ad un effettivo potere fisico, che implica il governo e l'uso della cosa ed a cui sono riconducibili l'esigenza e l'onere della vigilanza affinché dalla cosa stessa non derivi danno ad altri (Cass. n. 1859/2000; Cass. n. 15429/2004; Cass. n. 2422/2004; Cass. n. 4279/2008).

Con tale previsione normativa, pertanto, il legislatore ha voluto configurare una generale responsabilità a carico di chi ha una relazione di effettivo potere sulla cosa (la strada, nel nostro caso), vuoi per esserne proprietario vuoi per esserne il gestore.

Si vuole, infatti, che i terzi non abbiano a subire danni occasionati dalla cosa in proprietà, usufrutto o locazione, e la responsabilità si estende anche se la cosa non sia di per sé suscettibile di produrre danni, ma questi dipendano dall'insorgere nella stessa di un agente dannoso.

L'art. 14 del Codice della Strada pone a carico deli enti proprietari e/o gestori delle strade un generale obbligo di manutenzione, gestione e pulizia delle stesse e delle loro pertinenze ed arredi, obbligo che comporta il dovere di provvedere alla salvaguardia ed al ripristino delle caratteristiche strutturali e funzionali delle strade, alla apposizione e manutenzione della segnaletica orizzontale e verticale, alla garanzia della sicurezza della circolazione di persone e veicoli.

 

La posizione della giurisprudenza tradizionale.

 

Nonostante il sopra richiamato dovere di custodia, la giurisprudenza tradizionale ha sempre riconosciuto con difficoltà la possibilità di applicare agli enti proprietari e/o gestori delle strade la norma dell'art. 2051 c.c.

Si argomentava, infatti, che, a causa delle dimensioni assai estese e dell'uso generale e diretto da parte degli utenti, il demanio stradale non potesse essere sottoposto a custodia, nel senso voluto dall'art. 2051 c.c.

Ciò comportava che il pedone o l'automobilista danneggiato in seguito ad un sinistro verificatosi a causa di una buca sulla strada avrebbe potuto invocare solo l'art. 2043 c.c. ("Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno"), coordinandolo, tuttavia, con i concetti di "insidia" o "trabocchetto".

Tali concetti esprimevano l'idea di un pericolo occulto presente sul manto stradale, soggettivamente non prevedibile ed oggettivamente non visibile, che fosse la spia di un comportamento negligente dell'ente nell'attività di manutenzione della strada.

Cosicché il danneggiato, non solo avrebbe dovuto dimostrare il danno ed il rapporto di causalità con la condotta colposa dell'ente, ma avrebbe dovuto necessariamente fornire la prova dell'insidia, nel senso sopra specificato, con evidente aggravamento dell'onere probatorio a carico del danneggiato.

Una parte minoritaria delle giurisprudenza (Cass. n. 298/2003; Cass. n. 488/2003; Cass. n. 22592/2004), invece, riteneva applicabile l'art. 2051 c.c. alle sole ipotesi di sinistri in cui, per le caratteristiche peculiari della strada (es. l'autostrada) o per l'uso non generalizzato e le dimensioni non eccessive (es. strade comunali), fosse possibile per l'ente proprietario e/o gestore esercitare una vera e propria attività di custodia.

 

Il primo (parziale) cambio di rotta della giurisprudenza.

 

Il primo significativo cambio di rotta nella posizione della giurisprudenza si è registrato con la pronuncia della Suprema Corte n. 3651/2006 in cui, per la prima volta, la Cassazione ritenne applicabile, sempre e senza distinzione alcuna relativa al tipo di strada, l'art. 2051 c.c. agli enti proprietari e/o gestori delle strade e, contemporaneamente, escluse la necessità di considerare la categoria dell'insidia-trabocchetto quale elemento essenziale ai fini dell'accertamento della responsabilità.

Tuttavia, tale orientamento giurisprudenziale riconduceva la responsabilità ex art. 2051 c.c. in un ambito soggettivo, qualificandolo, cioè, come responsabilità per colpa presunta.

In altre parole, si riteneva che l'ente proprietario e/o gestore, che avesse adottato tutte le misure di prevenzione e di sicurezza imposte dal canone della diligenza, fosse esonerato dalla responsabilità per l'evento dannoso che, nonostante tali misure, si fosse ugualmente verificato.

Tale impostazione aveva come ovvia conseguenza - a livello probatorio - che, mentre il danneggiato doveva semplicemente provare l'esistenza del rapporto custodiale, il verificarsi dell'evento dannoso e il rapporto di causalità tra quest'ultimo e la strada, l'ente proprietario e/o gestore si sarebbe potuto liberare dimostrando il verificarsi del caso fortuito.

Ma il caso fortuito che avrebbe potuto esentare da responsabilità era quello inteso in senso soggettivo: l'ente, cioè, avrebbe dovuto dimostrare non solo l'accadimento di un fatto esterno imprevedibile ed inevitabile (il caso fortuito, appunto), ma anche di aver tenuto, nel caso specifico, un comportamento diligente e rispettoso del dovere di vigilanza.

 

L'orientamento attualmente maggioritario.

 

Si deve a Cass. n. 15383/2006 la virata decisiva verso quello che, ad oggi, rappresenta l'orientamento prevalente e maggioritario.

Con tale pronunciamento, la Corte ritiene che l'art. 2051 c.c. sia operante ed applicabile per definire il contorno della responsabilità per negligente manutenzione non sempre, ma limitatamente ai casi nei quali sia possibile configurare in capo all'ente proprietario e/o gestore un effettivo potere di custodia e di "governo" sulla strada.

Per potere di governo deve intendersi il potere di controllare la cosa che ne è oggetto (nel nostro caso, la strada), il potere di modificare la situazione di pericolo creatasi, nonché il potere di escludere qualsiasi terzo dall'ingerenza sulla cosa nel momento in cui si è prodotto il danno.

Tale potere di governo deve essere valutato in relazione all'estensione delle strade, ma anche in relazione alle loro caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che le connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico di volta in volta appresta e che condizionano anche le aspettative degli utenti.

In particolare - e questo passaggio rappresenta il punto focale della questione - la Cassazione pone una presunzione di esistenza di tale esercizio di custodia rispetto alle strade comunali ed alle autostrade.

Invero, rispetto alle strade comunali, la loro collocazione all'interno del perimetro urbano, dotato di una serie di opere di urbanizzazione e di pubblici servizi, sottoposti all'attività di controllo e di vigilanza costante da parte del Comune, implica la possibilità di un effettivo controllo e vigilanza sulla zona.

Rispetto alle autostrade, poi, la loro destinazione funzionale alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza non può che denotare l'esistenza dell'effettiva possibilità di controllo da parte dell'ente.

Conseguentemente, nell'eventualità di sinistri verificatisi in queste due tipologie di tratti stradali (strade comunali e autostrade) il danneggiato, diversamente da quanto avviene nei restanti casi, non sarà chiamato a dare la prova della relazione custodiale (che si presume a carico dell'ente), mentre sarà il Comune o il gestore autostradale a dover provare l'impossibilità di un potere di controllo o governo sulla strada.

Ricostruita in questi termini, quella prevista dall'art. 2051 c.c. a carico degli enti proprietari e/o gestori non può che configurarsi come vera e propria responsabilità oggettiva, che scatterà quando il danneggiato darà la prova dell'esistenza di un rapporto di causa ad effetto tra l'evento dannoso e la cosa fonte di danno (cioè la strada) e di una relazione custodiale tra quest'ultima e l'ente proprietario e/o gestore.

Proprio in considerazione della natura oggettiva di tale responsabilità, l'ente sarà chiamato a rispondere del danno anche a prescindere da qualsiasi valutazione in merito al comportamento, colposo o diligente, tenuto nel caso concreto.

L'unica possibilità che l'ente ha a disposizione per liberarsi da tale responsabilità è quella di provare il caso fortuito, ovvero provare che, nel caso specifico, sia intervenuto un evento esterno, imprevedibile ed inevitabile, che abbia dato al verificarsi dell'evento dannoso un impulso causale autonomo, spezzando così il nesso di causalità tra il danno e la strada.

Le tipiche ipotesi di caso fortuito sono rappresentate, ad esempio, dalla caduta imprevista di un albero sulla strada, causata da un forte temporale, oppure il fatto del terzo (la perdita d'olio da parte di un altro veicolo che precede) o dello stesso danneggiato (l'omissione da parte sua delle normali cautele esigibili in situazioni analoghe).

 

Conclusioni.

 

La giurisprudenza è ormai pacificamente concorde nel ritenere che l'art. 2051 c.c. possa essere applicato agli enti proprietari e/o gestori delle strade e che questi siano chiamati a rispondere a titolo di responsabilità oggettiva.

Sul danneggiato graverà l'onere di dimostrare soltanto il nesso causale tra il danno e la cattiva manutenzione della strada, mentre l'ente potrà liberarsi soltanto fornendo la prova certa del caso fortuito, inteso in senso oggettivo e, quindi, prescindendo da qualsiasi valutazione sul comportamento piò o meno diligente adottato dall'ente stesso.

Laddove non riuscisse a fornire tale prova liberatoria, l'ente risulterà responsabile ex art. 2051 c.c. e, come tale, obbligato a risarcire il danno subìto dall'utente della strada.

Avv. Paolo Messineo

 

 

 

 

  

 

    

 

La responsabilità da prodotto difettoso

 

A chi non è mai capitato almeno una volta di acquistare un prodotto che poi si è rivelato essere difettoso? 

In questo caso, solitamente, ci poniamo delle domande cui non sempre siamo in grado di rispondere, ovvero: chi risponde del difetto? A cosa ho diritto? Entro quanto tempo posso reclamare? 

Per dare una risposta, necessariamente sintetica ma esaustiva, a queste domande, affronteremo in questa sede il tema della responsabilità da prodotto difettoso, cercando di fare chiarezza sui diritti del consumatore, rispondendo alle seguenti domande.

 

Quando un prodotto può dirsi difettoso? 

 

Ai sensi dell’art. 117, comma 1 del Codice del Consumo (D.Lgs. 06/09/2005 n. 206), “un prodotto è difettoso quando non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere tenuto conto di tutte le circostanze, tra cui: 

  1. il modo in cui il prodotto è stato messo in circolazione, la sua presentazione, le sue caratteristiche palesi, le istruzioni e le avvertenze fornite;

  2. l’uso al quale il prodotto può essere ragionevolmente destinato e i comportamenti che, in relazione ad esso, si possono ragionevolmente prevedere;

  3. il tempo in cui il prodotto è stato messo in circolazione.”

Come si evince, la nozione di difetto è costruita sulla base di standards di sicurezza del prodotto, con riferimento alle attese legittime della cerchia di consumatori cui il prodotto è destinato. 

Con riferimento al criterio di cui alla lettera a), si tratta di guardare alla presentazione del prodotto (anche sotto il profilo della sua presentazione pubblicitaria), nonché alle istruzioni ed avvertenze che lo accompagnano. 

Così, se le tecniche generali di persuasione o le specifiche tecniche pubblicitarie utilizzate dal produttore sono tali da avvalorare un’impressione di assoluta sicurezza del prodotto, laddove ciò non corrisponde a verità, questo è un elemento che dovrà essere preso in considerazione al fine di affermare la responsabilità di impresa. 

Prosegue il secondo comma dell'art. 117 affermando che "un prodotto non può essere considerato difettoso per il solo fatto che un prodotto più perfezionato sia stato in qualunque tempo messo in commercio".

Chiude, poi, il terzo comma stabilendo che "un prodotto è difettoso se non offre la sicurezza offerta normalmente dagli altri esemplari della medesima serie".

 

Chi risponde dei difetti del prodotto?

 

Ai sensi dell'art. 114 Codice del Consumo, "il produttore è responsabile del danno cagionato da difetti del suo prodotto".

Il comma 2-bis dell'art. 115, poi, definisce come "produttore" il fabbricante del prodotto finito o di una sua componente, il produttore della materia prima, nonché, per i prodotti agricoli del suolo e per quelli dell'allevamento, della pesca e della caccia, rispettivamente l'agricoltore, l'allevatore, il pescatore ed il cacciatore.

Pertanto, viene configurata immediatamente una responsabilità diretta in capo al fabbricante del prodotto, che prende i connotati di una vera e propria responsabilità oggettiva, in quanto prescinde dall'accertamento della colpa del danneggiante.

Ai fini della condanna del produttore per i danni causati dal suo prodotto difettoso, è infatti sufficiente che il danneggiato provi il danno, la difettosità del prodotto e quindi il nesso causale tra l'uno e l'altra.

Quella del produttore è responsabilità oggettiva, ma non assoluta, essendo pur sempre legata all'esistenza di un difetto e di un danno causalmente legato al primo.

Si tratta, poi, di una responsabilità speciale, che si affianca alla generale fattispecie di responsabilità civile di cui all'art. 2043 c.c.

Oltre a quella del produttore, il Codice del Consumo configura una responsabilità anche a carico del fornitore, cioè di colui che si occupa della vendita, della locazione, del leasing o di altra forma di commercializzazione del prodotto e, quindi, in definitiva, di colui che realizza comunque il passaggio della merce dal produttore al consumatore.

Ai sensi dell'art. 116, comma 1 del suddetto Codice, infatti, "quando il produttore non sia identificato, è sottoposto alla stessa responsabilità il fornitore che abbia distribuito il prodotto nell'esercizio di un'attività commerciale, se ha omesso di comunicare al danneggiato, entro il termine di tre mesi dalla richiesta, l'identità e il domicilio del produttore o della persona che gli ha fornito il prodotto".

Quindi, il fornitore potrà essere chiamato a rispondere del prodotto difettoso solo qualora, non essendo individuato il produttore, si rifiuti o non sia in grado di collaborare con il danneggiato, indicandogli il produttore o fornendogli utili indizi per giungere a lui. La responsabilità oggettiva del fornitore ha, quindi, esclusivamente lo scopo di indurre quest'ultimo a rivelare l'identità del produttore, in tal modo consentendo al danneggiato di raggiungerlo.

La responsabilità del fornitore è subordinata alla triplice condizione che: a) non sia nota l'identità del produttore; b) il fornitore abbia distribuito il prodotto nell'esercizio di un'attività commerciale; c) non sia stato in grado o abbia omesso di comunicare, nel termine di tre mesi dalla richiesta formulatagli dal danneggiato, l'identità o il domicilio del produttore o della persona che, a sua volta, gli ha fornito il prodotto.

 

Che tipo di danno è risarcibile?

 

L'art. 123 del Codice del Consumo stabilisce che è risarcibile: a) il danno cagionato dalla morte o da lesioni personali e b) la distruzione o il deterioramento di una cosa diversa dal prodotto difettoso, purché di tipo normalmente destinato all'uso o consumo privato e così principalmente utilizzata dal danneggiato. Il danno a cose è risarcibile solo nella misura che ecceda la somma di euro trecentottantasette.

Per quanto riguarda il danno a cose, stando alla disposizione di cui alla lettera b), resta escluso dalla risarcibilità il danno che si verifichi al prodotto, il quale potrà essere risarcito applicando la tutela contrattuale e, quindi, invocando l'art. 128 ss. del Codice del Consumo ovvero la generale responsabilità per colpa ex art. 2043 c.c.

 

Quali sono i termini di prescrizione?

 

Il diritto al risarcimento si prescrive in tre anni dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del danno, del difetto e dell'identità del responsabile.

Così stabilisce l'art. 125, comma 1 del Codice del Consumo, abbreviando, quindi, l'ordinario termine quinquennale previsto dall'art. 2947 c.c. per la responsabilità extracontrattuale. A favore del danneggiato, è quindi necessaria, ai fini del decorso del termine di prescrizione, la conoscenza (o conoscibilità) di tutti e tre gli elementi di cui sopra.

 

La garanzia legale di conformità e le garanzie commerciali per i beni di consumo.

 

Il venditore ha l'obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita. Si presume che i beni di consumo siano conformi al contratto se siano idonei all'uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo; se siano conformi alla descrizione fatta dal venditore; se presentino le qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo.

Pertanto, nei contratti relativi all'acquisto di beni di consumo, la conformità del bene al contratto si configura quale specifica obbligazione gravante sul venditore, diversa ed autonoma sia da quella avente ad oggetto il trasferimento della proprietà sia da quella di consegna del bene, che rimangono interamente ed esclusivamente assoggettate alla disciplina generale del contratto e dei singoli tipi contrattuali.

 

I diritti del consumatore.

 

Affrontiamo adesso l'aspetto centrale del tema in oggetto, ovvero la disamina dei diritti spettanti al consumatore e gli strumenti di difesa cui può fare ricorso.

L'art. 130, comma 1 del Codice del Consumo stabilisce senza incertezze che "il venditore è responsabile nei confronti del consumatore per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene".

Prosegue il secondo comma: "in caso di difetto di conformità, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione, ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto".

Quindi, il venditore risponde di qualsiasi difetto di conformità, senza che possa essere operata una distinzione in relazione alla gravità o entità del difetto, all'importanza dell'affare o all'incidenza sul valore di mercato del bene.

Presupposto necessario affinché il venditore possa essere chiamato a rispondere nei confronti del consumatore dell'inesatto adempimento dell'obbligazione di consegnare un bene conforme al contratto è che il difetto di conformità (oltre a manifestarsi entro il termine di due anni, come vedremo) sussista al momento della consegna del bene di consumo, indipendentemente dalla sussistenza di una colpa del venditore o, persino, del caso fortuito.

Come abbiamo detto, qualora venga consegnato un bene che presenti un difetto di conformità, il consumatore può anzitutto pretendere il ripristino della stessa, scegliendo tra la riparazione e la sostituzione.

La riparazione comporta l'insorgere, in capo al venditore, di un'obbligazione di facere avente ad oggetto lo svolgimento di tutte le attività necessarie per eliminare il difetto di conformità e che potrà considerarsi adempiuta soltanto con l'effettiva eliminazione del difetto medesimo.

La sostituzione dà invece luogo ad un'obbligazione di dare, avente ad oggetto il trasferimento e la consegna al consumatore di un bene dotato di tutte le caratteristiche che il bene inizialmente consegnato avrebbe dovuto possedere per essere considerato conforme al contratto.

Carattere essenziale delle prestazioni  che il venditore è tenuto ad effettuare per eliminare il difetto di conformità è la gratuità, con la conseguenza che i costi della riparazione o della sostituzione (comprensivi delle spese relative a spedizione, mano d'opera e materiali) sono a carico del venditore.

Tuttavia, quello alla riparazione e/o sostituzione non è un diritto "assoluto", nel senso che trova un limite nella oggettiva impossibilità o nella eccessiva onerosità, di cui all'art. 130, comma 3 del Codice del Consumo.

L'impossibilità deve essere oggettiva, con la conseguenza che è irrilevante a tal fine la circostanza che la riparazione o la sostituzione possa essere agevolmente eseguita da un terzo.

All'impossibilità della sostituzione o della riparazione vanno equiparati i casi in cui tali rimedi non siano suscettibili di essere compiuti entro un congruo termine o senza notevoli inconvenienti per il consumatore.

In alternativa (ed in subordine) alla riparazione e/o sostituzione del bene, il consumatore potrà avvalersi della riduzione del prezzo o della risoluzione del contratto.

La riduzione del prezzo consiste nella diminuzione dell'entità della somma di denaro che il consumatore si è contrattualmente impegnato a versare quale corrispettivo dell'acquisto del bene di consumo e determina la parziale estinzione dell'obbligazione pecuniaria gravante su di esso.

Conseguentemente, il consumatore avrà diritto di trattenere la somma di denaro oggetto della riduzione ovvero di pretenderne la restituzione nel caso in cui il corrispettivo originariamente pattuito sia stato già interamente versato.

La risoluzione del contratto comporta lo scioglimento del rapporto instauratosi a seguito della stipulazione del contratto, cui consegue, per ciascuna delle parti, l'estinzione dei diritti e degli obblighi da esso derivanti.

 

Termini.

 

A norma dell'art. 132 del Codice del Consumo, "il venditore è responsabile quando il difetto di conformità si manifesta entro il termine di due anni dalla consegna del bene".

Prosegue, poi, al secondo comma: "il consumatore decade dai diritti previsti dall'art. 130, comma 2 (riparazione, sostituzione, riduzione del prezzo e/o risoluzione del contratto), se non denuncia al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla data in cui ha scoperto il difetto. La denuncia non è necessaria se il venditore ha riconosciuto l'esistenza del difetto o lo ha occultato".

Il successivo terzo comma statuisce: "salvo prova contraria, si presume che i difetti di conformità che si manifestano entro sei mesi dalla consegna del bene esistessero già a tale data, a meno che tale ipotesi sia incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità".

Chiude, infine, il quarto comma: "l'azione diretta a far valere i difetti non dolosamente occultati dal venditore si prescrive, in ogni caso, nel termine di ventisei mesi dalla consegna del bene".

 

Avv. Paolo Messineo

 

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

L'affidamento dei figli nella separazione dei coniugi.

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